Elogio del debriefing nell'era del codesign. Un esperimento della comunità di pratica CGM sull'educazione
di Flaviano Zandonai
Negli ultimi anni la cassetta degli attrezzi dell’innovazione sociale ha ridefinito le proprie priorità e i propri baricentri metodologici. Da una parte, la pianificazione (planning) si sposta sempre più marcatamente verso processi di policy making e di co-programmazione: non ci si limita più a delineare interventi operativi, ma si punta a co-definire quadri di politiche pubbliche, letture condivise dei bisogni e visioni territoriali di medio periodo. Dall’altra parte, la progettazione (codesign) ha trovato nuova linfa vitale in ambienti collaborativi, piattaforme partecipate e tavoli di partenariato che ne hanno accresciuto in misura evidente la capacità generativa e di rete.
In questo quadro, dove la definizione delle politiche e il disegno degli interventi risultano visibilmente potenziati, una terza dimensione rischia di rimanere in ombra: il debriefing.
Nato originariamente nei contesti operativi e formativi per rielaborare ciò che accade subito dopo un’azione sul campo, il debriefing può essere definito come una pratica strutturata di riflessività collettiva attraverso cui un gruppo scompone l’esperienza vissuta, ne analizza criticamente dinamiche, imprevisti e risultati, e ne estrae nuova consapevolezza strategica. Il suo valore fondamentale non consiste nella mera rassegna o rendicontazione delle cose fatte, ma nel fatto che attiva e mette in moto il vero propulsore dell’innovazione sociale: l’apprendimento organizzativo e trasformativo. Senza apprendimento, l'innovazione rischia di risolversi in un'incessante produzione di novità a vuoto; mentre invece un apprendimento “ben fatto” diventa capacità di incorporare l'esperienza per modificare posture, modelli operativi e schemi mentali.
A rendere oggi il debriefing particolarmente vulnerabile è anche una certa fascinazione per l'automazione e per gli strumenti di intelligenza artificiale. Può sembrare rassicurante delegare la rielaborazione a sistemi capaci di aggregare dati di monitoraggio, estrarre correlazioni e restituire report formali in pochi istanti. Ma confondere la compilazione o la sintesi automatizzata con l'apprendimento è un equivoco insidioso: l'IA può agevolare l'archiviazione e la classificazione di ciò che è accaduto, ma non può abitare l'attrito con la realtà che è inevitabile e, per certi versi, auspicabile.
Il vero debriefing richiede uno sforzo cognitivo e relazionale persino superiore a quello profuso nella fase di impostazione: non si tratta di processare informazioni, ma di fare sensemaking. Significa esporsi allo scarto tra le politiche programmate (policy), i progetti co-disegnati e la concretezza vitale, e quindi ambivalente, dei contesti. Chiede di nominare i nodi irrisolti, riconoscere dove l'azione ha incontrato resistenze e rimettere in discussione i presupposti con cui l'organizzazione stessa opera.
Se la co-programmazione indica l'orizzonte e la co-progettazione struttura le alleanze, è il debriefing a verificare se la traiettoria regge alla prova del reale, trasformando l'esperienza vissuta in postura strategica. Senza questa terza gamba riflessiva, il rischio è quello di produrre percorsi formalmente ineccepibili ma poco incisivi nel sedimentare consapevolezza critica nell'impresa sociale.
Un esperimento sul campo: "Fuori è Dentro" a Rovereto
Un’occasione significativa per mettere alla prova questo approccio si è presentata a Rovereto, nei giorni del festival dell’educazione Educa, durante la nuova edizione di "Fuori è Dentro", l’appuntamento promosso dal consorzio nazionale CGM dedicato alle frontiere dell’outdoor education, del welfare culturale e delle relazioni tra scuola e territorio.
Fuori è Dentro nasce proprio come spazio di ricerca e sperimentazione per interrogare i confini dell'azione educativa coinvolgendo comunità di pratica di operatori sociali, spesso con compiti di coordinamento. L’appuntamento, inevitabilmente, richiede location particolari, cariche di stimoli e significati peculiari. In questo caso si è trattato di Rovereto: una cittadina dove la dimensione culturale è fortemente radicata, pervasiva e infrastrutturata – dal polo museale d'eccellenza del Mart alle istituzioni civiche, fino a iniziative di innovazione sociale e a una solida rete di terzo settore – offrendo il terreno ideale per sperimentare sul vivo l'intersezione tra patrimonio, spazio pubblico e processi pedagogici.
È qui che, al termine di due giorni densi di laboratori ed esperienze, la comunità di professionisti ed educatori che ha partecipato all’incontro si è fermata davanti a una classica lavagna scolastica per condurre un debriefing collettivo e leggere la complessità del momento presente.
La scuola tra comunità e società: l’attrito con il presente
Il debriefing di Fuori è Dentro non ha eluso le tensioni che attraversano oggi il mondo della scuola. Da anni il terzo settore, in alleanza con le istituzioni locali e la cittadinanza più attiva, persegue il modello della scuola come comunità: aperta, porosa, radicata nei quartieri e alimentata dai patti educativi di prossimità.
Al contempo, però, le vicende attuali richiamano costantemente al fatto che la scuola è anche società: un'istituzione centralizzata, normativa, attraversata da dinamiche di conformità e da tensioni ideologiche evidenti – come dimostra il dibattito attorno alle recenti disposizioni ministeriali su tetti per studenti con background migratorio o alle indicazioni sul decoro e l'abbigliamento.
L'illusione da evitare è pensare di poter considerare la scuola solo come un'oasi comunitaria protetta. La scommessa emersa dal confronto è piuttosto quella di abitare questa duplice identità, cercando varchi operativi per "scambiare oltre i confini fisici e mentali" senza farsi neutralizzare dalle rigidità burocratiche.
Cosa insegna questo debriefing: tre questioni aperte
Dalla rilettura delle attività svolte – tra cui i workshop esperienziali al Museo Mart e i seminari su Scuole aperte e welfare culturale – emergono tre snodi particolarmente significativi:
1. L’essenzialità del metodo contro l’ansia dell’«effetto wow»
Nel lavoro sociale ed educativo è facile cedere all'iper-prestazione, inseguendo a tutti i costi il format sensazionale o l'evento a forte impatto scenografico. L'esperienza laboratoriale al Mart ha mostrato una strada differente: l'attivazione più profonda (il mettersi nei panni dell'altro, la moltiplicazione degli sguardi, il ripensamento della postura educativa) è passata attraverso mediatori minimi – semplici maschere, la composizione corporea di quadri viventi (tableaux vivants), la cura del setting e il tempo dedicato alla rielaborazione. L'innovazione spesso risiede nella pulizia metodologica dell'educazione non formale ed esperienziale, non nella complicazione artificiosa della proposta.
2. Il welfare culturale per estendere il paradigma della cura
La prescrizione sociale e l'accesso alla cultura sono ormai temi centrali nel dibattito sul benessere. Il debriefing ha tuttavia sollevato un'avvertenza precisa: vigilare per non far scivolare il welfare culturale dentro un paradigma medicalizzato della cura dal quale intende sfuggire. L’arte e la cultura funzionano se abilitano una normalità trasformativa nelle relazioni quotidiane, non se vengono trattate come farmaci da somministrare a un target fragile. Ciò richiede quindi di accettare andamenti ed esiti non sempre lineari e non sempre misurabili negli effetti.
Questo richiama anche il tema della prossimità: l'esperienza estetica non dipende esclusivamente dalla presenza di un polo culturale (tipicamente museale), ma può essere riattivata nella piazza o nel quartiere attraverso nuove forme di produzione culturale, decostruendo così l'automatismo attraverso il quale si finisce per percepire solo il degrado.
3. Il paradosso dello spazio: tra musei permeabili e città rigide
È emerso inoltre, sulla scia del punto precedente, un contrasto ancora più evidente: mentre le istituzioni culturali formali (come i musei) mostrano una crescente disponibilità a farsi abitare in modo informale e aperto, lo spazio pubblico urbano sembra attraversato da forme di irrigidimento e securitizzazione (panchine rimosse, divieti di stazionamento, restrizioni alle presenze giovanili). La risposta non può limitarsi all'intervento del terzo settore come "riparatore ex-post", chiamato in causa solo quando uno spazio riqualificato manifesta sacche di disagio. La cooperazione sociale deve rivendicare un ruolo a monte nelle scelte di rigenerazione urbana e, sul piano operativo, avere la determinazione e la capacità di portare i propri servizi di accoglienza ed educazione direttamente all'aperto, nelle piazze e nei giardini, favorendo l'incontro tra uffici pubblici che dialogano ancora troppo poco tra loro.
Dal servizio all’ecosistema: il cambiamento organizzativo
Un debriefing non si esaurisce in un bilancio di fine giornata, ma prova a prefigurare impegni trasformativi (una sorta di To-Do list for change). Per le imprese sociali, aprirsi stabilmente al contesto e alla produzione culturale non mainstream richiede un vero e proprio sforzo di change management interno. Significa infatti.
- Ibridare le competenze superando l'autosufficienza pedagogica per favorire l’emergere di figure ponte capaci di intrecciare i linguaggi dell'educazione con quelli dei beni culturali, dell'arte pubblica e dei collettivi giovanili autorganizzati, superando diffidenze reciproche.
- De-istituzionalizzare l'azione, accettando - letteralmente - di esporsi ad operare all'aperto, fuori dal perimetro rassicurante delle aule e dei centri dedicati, rinegoziando tempi, accordi e forme d'uso dello spazio pubblico; aspetto che, peraltro, retroagisce sulla progettazione e gestione dei servizi, soprattutto di quelli maggiormente "irregimentati" nei sistemi di regolazione del welfare.
- Da erogatori ad attivatori, affrancandosi dalla logica dell'appalto prestazionale per affermarsi come soggetti capaci di co-governare e animare le trasformazioni del territorio rispetto ai quali è però urgente definire nuovi business model per evitare il rischio che la dimensioni comunitaria consumi quella imprenditoriale come in parte sta avvenendo nei contesti di amministrazione condivisa.
In definitiva, se il planning – orientato al policy making – traccia l'orizzonte delle politiche e il codesign mobilita le energie per strutturarle, è nel debriefing sistematico che l'innovazione sociale trova la sua tenuta reale. Riconoscere a questo momento il valore e il tempo che merita significa dotarsi di una bussola critica, indispensabile per non ridurre i processi partecipativi a formule astratte e per continuare a incidere sui territori.
Flaviano Zandonai. Sociologo, da oltre vent'anni svolge attività di ricerca applicata, formazione, consulenza e disseminazione nel campo dell’impresa sociale e del terzo settore. Attualmente è open innovation manager presso il Consorzio Nazionale CGM, dove gestisce programmi di interlocuzione e scambio tra imprese sociali e attori dell’innovazione tecnologica. Collabora con il magazine Vita e anima il blog Tempi Ibridi, dedicato all’innovazione istituzionale e alle nuove value chain tra profit e non profit. È coautore con Paolo Venturi di: “Spazio al desiderio. Il potere delle aspirazioni per generare innovazione e giustizia sociale” (2024); “Neomutualismo. Ridisegnare dal basso competitività e welfare” (2022); “Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società” (2019); “Imprese ibride. Modelli d'innovazione sociale per rigenerare valore” (2016), tutti editi da EGEA.
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