Sostenibilità: la scommessa (ancora aperta) sulla fiducia
di Antonella Tagliabue
Ci sono parole che a un certo punto smettono di significare qualcosa. Non scompaiono: restano nei documenti, nelle slide, negli annunci di lavoro, ma si svuotano dall'interno, come un guscio che ha perso il frutto.
È successo a "formazione", che troppo spesso si riduce a un adempimento da certificare - un'ora erogata, un attestato prodotto - piuttosto che a un processo che cambia davvero le competenze di chi lo attraversa. È successo a "consulenza", che troppo spesso significa applicare uno schema identico a contesti diversi, senza il tempo, e la cura, di capire cosa serve davvero a quell'organizzazione specifica. È successo a "partner", svuotando una parola nata per indicare una condivisione di rischio e di visione, non una transazione. È successo a "qualità", che diventa un bollino.
In ciascun caso il significante è sopravvissuto al significato: la parola c'è ancora, ma dentro non c'è più niente, o c'è solo quello che serve a chi la usa in quel momento.
Non possiamo permetterci che accada anche a "sostenibilità". In parte, va detto con onestà, è già successo: greenwashing, bilanci-vetrina, claim ambientali costruiti per il marketing prima che per la sostanza. Ma proprio per questo vale la pena tornare, di tanto in tanto, a fare un mestiere antico quanto la filologia: riportare le parole ai loro significati, capire cosa dicessero prima che qualcuno le riempisse d'aria.
Sostenibilità viene dal latino sustinere, tenere su, sorreggere: non è un aggettivo decorativo da affiancare a un'attività qualunque, è una condizione - qualcosa che si può sostenere nel tempo senza esaurirlo.
E qui viene in soccorso un'espressione che non è filologia ma pragmatica pura: walk the talk. Nasce nel linguaggio manageriale anglosassone tra gli anni Ottanta e Novanta, come correttivo a un difetto già allora percepito: enunciazione di valori - integrità, innovazione, attenzione alle persone - senza che nulla, nel comportamento quotidiano, li rendesse verificabili. Talk è l'enunciato, la dichiarazione, quello che si scrive nei documenti di missione; walk è il cammino, l'azione osservabile, quello che accade quando nessuno sta guardando o quando farlo costa qualcosa.
L'espressione funziona perché rovescia l'ordine naturale delle cose: normalmente è la parola che descrive l'azione; qui è l'azione che deve dare credito alla parola. Non basta dichiararsi sostenibili: bisogna che qualcuno, osservando cosa un'organizzazione fa concretamente, riconosca in quei comportamenti la parola che ha usato per descriversi. È un meccanismo di autocorrezione linguistica prima ancora che etica: impedisce alla parola di scollarsi dal proprio referente, cioè di svuotarsi.
C'è un'altra parola, in questo campo, che non abbiamo ancora svuotato del tutto - ed è forse la più bella, perché la sua etimologia contiene già il suo significato più esatto: responsabilità, dal latino respondere, rispondere. Essere responsabili significa essere in grado di rispondere di qualcosa, e a qualcuno. È una parola che teniamo intatta, si direbbe, non per virtù ma per comodità: ci serve piena perché è quella che usiamo per scaricare su altri - sul consumatore chiamato a scegliere "responsabilmente", sul fornitore a cui si chiede di dimostrare la propria "responsabilità sociale", sul singolo cittadino investito di "responsabilità individuale" - ciò che dovrebbe restare in capo a chi ha davvero il potere di decidere, chi scrive le regole del gioco. Non abbiamo consumato la parola responsabilità. Semmai l'abbiamo spostata.
C’è una parola che tiene insieme tutto questo, ed è quella che dà il nome alla materia di cui si parla qui: rendicontazione. Viene dal tardo latino reddere rationem, rendere conto: la stessa architettura di respondere, quasi lo stesso gesto visto da due lati. Chi rendiconta porge un conto; chi è responsabile risponde di quel conto quando qualcuno lo interroga - e può essere smentito. Le due parole si tengono per mano, ed è per questo che il rischio di questi mesi non è tanto che le imprese rendicontino meno, con soglie più alte e controlli più leggeri, quanto che continuino a rendere conto senza più essere davvero chiamate a risponderne: un conto depositato, non contestato. È il punto esatto in cui la deriva delle parole e quella delle regole tornano a toccarsi.
Ed è proprio su questo crinale - parole che si svuotano, responsabilità che si spostano - che si gioca in queste settimane la partita della rendicontazione di sostenibilità. Mentre l'architettura regolatoria arretra su entrambe le sponde dell'Atlantico, la domanda sociale di fiducia verso le imprese - profit e non profit - non è mai stata così alta. Sono due traiettorie che divergono, e chi si occupa di innovazione sociale non può permettersi di guardarle separatamente.
L'Europa allenta la presa
Il 24 febbraio 2026 il Consiglio dell'Unione europea ha adottato in via definitiva la direttiva Omnibus I, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 26 febbraio ed entrata in vigore il 18 marzo. È l'esito di un percorso partito un anno prima, a febbraio 2025, con l'obiettivo dichiarato di "semplificare" la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CS3D). Il risultato, nei fatti, è un ridimensionamento sostanziale del perimetro degli obblighi.
Le soglie di ingresso nella CSRD si alzano in modo netto: rientrano nell'obbligo di rendicontazione solo le imprese che superano contemporaneamente i 450 milioni di euro di ricavi netti e i 1.000 dipendenti medi. Per i gruppi extra-UE, l'obbligo si applica solo alle capogruppo con oltre 450 milioni di fatturato nell'Unione o a controllate/succursali sopra i 200 milioni. Le imprese della prima "wave" 2024 escono temporaneamente dal perimetro per il 2025 e il 2026. Sul fronte degli standard, cade l'obbligo di tendere verso la reasonable assurance: resta solo l'attestazione a livello di limited assurance, un controllo meno stringente. Gli Stati membri avranno tempo fino al 19 marzo 2027 per recepire le modifiche sulla CSRD, fino al 26 luglio 2028 per quelle sulla CS3D, con applicazione dal 2029.
Il messaggio politico è coerente con la narrativa della "competitività": meno oneri, meno imprese coinvolte, controlli più leggeri. Non è un dettaglio semantico che a essere alleggerita sia anche la CS3D: è, letteralmente, la norma che chiede alle imprese di rispondere - di esercitare la due diligence, la dovuta responsabilità - lungo la propria catena del valore. Restringerne il perimetro significa spostare, ancora una volta, la responsabilità più a valle.
Resta, come contrappeso parziale, il tetto alle richieste "a cascata" verso le PMI della catena del valore, che potranno rifiutare richieste di informazioni eccessive da parte dei partner obbligati alla rendicontazione - un principio che la Commissione ha effettivamente tradotto in standard nei tempi previsti: il 3 luglio 2026 ha pubblicato l’atto delegato con gli ESRS rivisti e, in parallelo, un nuovo standard per la rendicontazione volontaria di sostenibilità (VSME) rivolto proprio alle imprese escluse dall’obbligo CSRD. I due testi sono ora al vaglio di Parlamento europeo e Consiglio; se non emergeranno obiezioni, l’applicazione obbligatoria degli ESRS rivisti scatterà dagli esercizi che iniziano dal 1° gennaio 2027, con la facoltà di adozione anticipata volontaria già dal 2026.
Oltre oceano, un passo ancora più netto
Negli Stati Uniti il movimento è più radicale. Il 29 maggio 2026 la Securities and Exchange Commission ha formalmente proposto di abrogare integralmente le climate-related disclosure rules adottate nel marzo 2024, sostenendo che eccedono i poteri statutari dell'Agenzia e impongono costi non giustificati da benefici informativi per gli investitori.
La proposta, pubblicata in Federal Register il 3 giugno, è in consultazione pubblica fino al 3 agosto 2026 e richiederà comunque un voto della Commissione: un'abrogazione definitiva non è attesa prima della fine del 2026 o dei primi mesi del 2027. Ma la direzione è inequivocabile, e segna una rottura netta rispetto anche solo a due anni fa.
Il rischio di leggere l'arretramento come un liberi tutti
È facile, in questo contesto, interpretare la semplificazione normativa come un segnale che il tema della sostenibilità sia diventato meno rilevante, o che si possa tornare a trattarlo come accessorio di comunicazione. È una lettura sbagliata, e i dati sulla fiducia lo confermano con chiarezza.
L'edizione 2026 dell'Edelman Trust Barometer descrive un panorama globale segnato da una crescente chiusura: incertezza economica, tensioni geopolitiche e trasformazione tecnologica spingono individui e comunità a restringere il proprio orizzonte di fiducia verso cerchie sempre più ristrette e omogenee. In Italia il livello di fiducia nelle istituzioni resta stabile a 50 punti - tra i più alti in Europa, dietro solo a Olanda e Svezia ma il 79% delle persone dichiara di non fidarsi di chi esprime valori o visioni diverse dalle proprie. In questo scenario polarizzato, il 77% delle persone si aspetta che le imprese, oltre a fare bene il proprio lavoro, facciano la differenza nella società: non solo salari equi e stabilità economica, ma posizioni concrete su giustizia sociale e ambientale.
Due leve emergono come decisive per ricostruire fiducia: un impegno autentico sulla sostenibilità e una comunicazione responsabile. E i datori di lavoro, tra tutte le istituzioni, restano quelli percepiti come più credibili nel ruolo di "mediatori di fiducia".
Il paradosso, dunque, è questo: gli obblighi si alleggeriscono proprio mentre l'aspettativa sociale si irrigidisce. E un'aspettativa disattesa, in un contesto già caratterizzato da sfiducia diffusa, costa più cara di un obbligo di rendicontazione.
Dal box-ticking al capitale intangibile
Per chi lavora sull'innovazione sociale, il punto da cogliere non è la deregolamentazione in sé, ma l'occasione che apre. Per anni la rendicontazione di sostenibilità ha rischiato di trasformarsi in un esercizio di compliance: tassonomie, indicatori, migliaia di data point pensati più per soddisfare un auditor che per orientare una decisione strategica. L'arretramento normativo toglie l'alibi del "lo facciamo perché ce lo chiede la legge" e riporta la domanda alla sua radice: perché un'impresa dovrebbe continuare a occuparsene comunque?
La risposta sta negli intangibili. Reputazione, fiducia dei dipendenti e dei consumatori, capacità di attrarre talento, resilienza della catena di fornitura, licenza sociale a operare: sono asset che non compaiono in un bilancio tradizionale ma che determinano sempre più il valore di mercato di un'impresa e la sua capacità di attraversare shock - regolatori, reputazionali, climatici - senza perdere credibilità.
La rendicontazione, letta in questa chiave, smette di essere un adempimento e diventa uno strumento di misurazione e governo di questi asset intangibili: non "cosa devo dichiarare" ma "cosa voglio sapere di me stesso per decidere meglio".
Questo richiede un cambio di postura da parte del management: meno delega agli uffici compliance, più presidio diretto da parte di chi definisce strategia e visione. Le imprese che smetteranno di rendicontare perché non più obbligate staranno, con ogni probabilità, segnalando qualcosa di preciso sul proprio orientamento di lungo periodo - e il mercato, i dipendenti, i territori in cui operano se ne accorgeranno. Le imprese che invece continueranno a farlo, magari con strumenti più snelli e più mirati di quelli imposti dalla CSRD nella sua versione originaria, potranno trasformare un costo regolatorio in un vantaggio competitivo costruito sulla fiducia.
Cosa resta da fare
Tre priorità sembrano emergere con chiarezza per chi si occupa di fare impatto sociale e ambientale. Primo, non abbandonare gli strumenti di misurazione solo perché non più obbligatori: ripensarli, alleggerirli, renderli utili alla decisione prima che alla compliance. Secondo, investire nella misurazione degli intangibili - fiducia, reputazione, capitale relazionale - con la stessa serietà metodologica riservata finora ai dati ambientali quantitativi, perché è lì che si gioca la partita della credibilità nel medio periodo. Terzo, tenere la barra dritta sulla visione strategica anche quando il contesto regolatorio invia segnali ambigui o contraddittori: chi tratta la sostenibilità come una variabile dipendente dalla legislazione del momento dimostra, semplicemente, di non averla ancora capita.
Le parole, in fondo, si salvano come le pratiche che descrivono: non isolandole dall’uso, ma pretendendo, ogni volta, che dicano ancora quello che dicono.
In copertina: foto di Serge Kutuzov su Unsplash
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