Vivere in emergenza. È ora di reclamare il futuro
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Vivere in emergenza. È ora di reclamare il futuro

di Antonella Tagliabue, UN-GURU

 

C'è una domanda che mi torna, con una frequenza sempre maggiore, ogni volta che leggo una notizia, ogni volta che assisto a una decisione politica: da quando è diventato normale tutto questo?

Da quando è diventato normale vedere immagini di bambini morti in guerra e scorrere oltre? Da quando è normale che le libertà fondamentali possano essere sospese con un decreto di urgenza? Da quando è normale che la violenza - quella fisica, quella istituzionale, quella simbolica - sia un rumore di fondo che accompagna le nostre giornate senza più scuoterci davvero?

È dall'11 settembre 2001?

 

Lo stato di eccezione che è diventato regola

Nel 2003 il filosofo Giorgio Agamben ha pubblicato il saggio Stato di eccezione. La tesi centrale è semplice: lo “stato di eccezione”‚ quella condizione in cui le normali garanzie giuridiche vengono sospese in nome di un'emergenza‚ era nato come strumento temporaneo, eccezionale per sua stessa definizione. Eppure, a partire dalla Prima Guerra Mondiale in poi, ogni volta che veniva dichiarato non finiva mai del tutto. Si trasformava, cambiava giustificazione, ma restava.

Dopo l'11 settembre, questo meccanismo ha acquisito una dimensione inedita. La guerra al terrorismo - la prima guerra dichiarata contro un concetto, non contro uno Stato - ha creato un nemico senza confini geografici, senza un esercito riconoscibile, senza una possibile resa. Una guerra, cioè, strutturalmente destinata a non finire mai. E con essa, lo stato di eccezione è diventato il “paradigma ordinario del governo contemporaneo”.

Poi è arrivata la crisi finanziaria del 2008: un'altra emergenza, altre misure straordinarie, altra sospensione del normale. Poi la pandemia del 2020. Poi le nuove guerre. Ogni crisi ha aggiunto un nuovo strato all'architettura dell'eccezione, e ogni volta qualcosa che doveva essere temporaneo è rimasto.

 

La violenza come rumore di fondo

C'è però un secondo effetto di questa permanenza dell'emergenza, meno visibile ma forse più profondo: la normalizzazione della violenza.
Attraverso il suo concetto di modernità liquida, Zygmunt Bauman ci ha spiegato che in una società saturata di immagini, scandali e tragedie raccontate in tempo reale, il paradosso è che più siamo esposti al dolore, meno lo sentiamo. La ripetizione anestetizza. L'eccesso di stimoli affievolisce la sensibilità. E in questa anestesia progressiva, la violenza smette di essere riconosciuta come tale, perché assume il linguaggio della responsabilità, della sicurezza, della difesa dei valori.

In venticinque anni di emergenza permanente, abbiamo visto scorrere davanti ai nostri occhi immagini che, in un altro contesto storico, avrebbero provocato crisi istituzionali. Abbiamo visto corpi in mare diventare una notizia tra le notizie. Abbiamo accettato che il concetto di vita degna di essere vissuta potesse essere applicato selettivamente, a seconda di chi si trovasse dentro o fuori i confini del "noi" che conta.
La violenza non è diventata accettabile in modo esplicito. È diventata invisibile. Inglobata nel paesaggio del quotidiano. E questa invisibilizzazione è la forma più pericolosa di normalizzazione, perché non richiede nessuna approvazione attiva: basta smettere di indignarsi.

 

Una violenza oggettiva, sistemica, incorporata nel normale funzionamento delle cose. La violenza con cui trattiamo chi è in povertà, chi è vecchio, chi non produce, che venticinque anni di emergenza permanente hanno reso strutturale

 

Si potrebbe obiettare che le democrazie liberali abbiano anche prodotto, in questi venticinque anni, resistenze, sentenze storiche, movimenti sociali, ampliamenti di diritti per categorie che ne erano escluse. È vero. La tesi dello stato di eccezione permanente non implica che tutto sia precipitato in modo lineare verso un'autocrazia.
Si potrebbe anche osservare che la soglia dell'orrore accettabile varia enormemente tra contesti: ciò che sembra normale in Europa non è mai stato normale per chi vive in Siria, in Myanmar, in Sudan. La nostra normalizzazione è anche un privilegio.

 

Dove entra il terzo settore e perché conta

E noi, cosa facciamo con questo? Chi lavora nel terzo settore, nel non profit, nell'economia sociale, nell'innovazione sociale. Chi lavora quotidianamente con persone e comunità che l'emergenza permanente ha colpito più duramente.
Nella logica dell'emergenza permanente, il terzo settore viene spesso chiamato a tappare buchi. A gestire l'overflow dei sistemi di welfare erosi dall'austerità. A fare quel qualcosa per i migranti, per i senza dimora, per i minori a rischio, per gli anziani soli‚ mentre le politiche strutturali si indeboliscono.

È un ruolo importante, certo. Ma è un ruolo reattivo. E il rischio è che, restando solo reattivi, legittimiamo implicitamente la condizione che stiamo cercando di mitigare.

 

Tre dimensioni di uno spazio diverso

La prima dimensione è quella del tempo. L'emergenza permanente vive di brevissimo termine: la crisi di oggi, la misura straordinaria di oggi, il comunicato di oggi.
Il terzo settore, per sua natura, lavora su orizzonti lunghi. Costruisce fiducia, relazioni, competenze su scale temporali che nessuna logica emergenziale può permettersi.
Questa lentezza non è un limite: è una risorsa strategica, in un sistema che ha smarrito la capacità di pensare oltre la prossima scadenza.

La seconda dimensione è quella dei diritti come principio, non come concessione. Nell'emergenza, i diritti si sospendono in nome del bene comune. Il terzo settore che funziona davvero non negozia sui diritti fondamentali. Non gestisce la vulnerabilità come se fosse un'inevitabile fatalità, ma lavora sul presupposto che la dignità non sia un optional che si può sospendere quando le cose si complicano. Questa postura è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno in un momento in cui la soglia dell'accettabile si abbassa.

La terza dimensione è quella del linguaggio. La narrazione dell'emergenza ha un suo vocabolario: minaccia, sicurezza, controllo, sacrificio, necessità. È un linguaggio che chiude le possibilità, che legittima la rinuncia. Il terzo settore ha, o dovrebbe avere, un altro linguaggio: quello della cura, della relazione, del desiderio collettivo, della possibilità. Non per ingenuità, ma per scelta.

 

Il terzo settore è lo spazio in cui si pratica, concretamente, una normalità diversa

Questo non è poco. Anzi, in questo momento storico, è forse la cosa più sovversiva che esista.
Non si tratta di rivendicare un'immagine eroica del terzo settore che resiste, perché il terzo settore ha le sue contraddizioni, le sue inefficienze, i suoi rischi di autoreferenzialità. Dovremmo rivendicare il diritto a immaginare una normalità che non sia l'emergenza.

 

Non si tratta di negare le crisi‚ che ci sono, e saranno ancora. Si tratta di rifiutare che la crisi diventi il modo ordinario di vivere, di governare, di decidere chi conta e chi no

 

Il terzo settore ha qui una responsabilità che va oltre il singolo progetto, oltre il singolo bando, oltre il singolo servizio erogato. Ha la responsabilità di essere‚ insieme a chi vuole costruire qualcosa di durevole‚ custode di un'altra idea di normalità.
Una normalità in cui i diritti non si negoziano. In cui la cura non è un lusso. In cui il futuro non è una minaccia da gestire, ma un desiderio collettivo da costruire.

Venticinque anni sono tanti. È arrivato il momento di smettere di adattarsi all'eccezione, e ricominciare a progettare il dopo.

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