L'innovazione sociale non nasce ai margini dell'economia, né rappresenta una dimensione separata dal mondo produttivo. Al contrario, prende forma anche nel modo in cui le imprese operano, costruiscono relazioni, interpretano i cambiamenti e contribuiscono alla vita delle comunità in cui sono inserite. Per comprendere questa evoluzione occorre guardare non soltanto ai risultati economici delle aziende, ma anche alle trasformazioni che attraversano il tessuto imprenditoriale e alle nuove forme di valore che sono in grado di generare.
In questo scenario, i dati rappresentano una risorsa fondamentale. Non sono semplicemente uno strumento per descrivere la realtà economica, ma una chiave per leggerne le dinamiche, riconoscerne le potenzialità e orientare le scelte future. È questa una delle prospettive che emergono dall'esperienza di InfoCamere , la società del sistema camerale italiano che gestisce il Registro delle Imprese, una delle più importanti infrastrutture informative del Paese e osservatorio privilegiato attraverso cui seguire l'evoluzione del sistema produttivo nazionale. Ne abbiamo parlato con Paolo Ghezzi, Direttore Generale di InfoCamere.
Misurare la sostenibilità: dagli standard ESG alle nuove sfide per le imprese
Con oltre cinque milioni di imprese registrate, di cui circa tre milioni di piccole dimensioni, il Registro restituisce una rappresentazione articolata dell'economia italiana: ne documenta la storia, ne fotografa le caratteristiche e permette di coglierne le traiettorie di cambiamento. Una funzione che assume un'importanza crescente in un'economia globalizzata, nella quale conoscere i propri interlocutori, verificarne identità e affidabilità e poter contare su informazioni economiche certificate è una condizione essenziale per costruire rapporti di fiducia e operare sui mercati.
Ma la ricchezza di questo patrimonio informativo va ben oltre la dimensione strettamente economica. Attraverso i dati è possibile osservare anche i cambiamenti sociali che attraversano il mondo imprenditoriale: la diffusione dell'imprenditoria femminile, giovanile e straniera, così come la crescente attenzione verso la sostenibilità e la responsabilità sociale. Il sistema delle imprese diventa così uno specchio delle trasformazioni della società e, allo stesso tempo, un luogo in cui queste trasformazioni possono tradursi in nuove opportunità.
È proprio il rapporto tra conoscenza e capacità di misurazione a rappresentare una delle sfide più importanti per il futuro. La sostenibilità è ormai entrata stabilmente nell'agenda delle imprese, ma perché possa incidere realmente sui modelli produttivi è necessario superare le dichiarazioni di principio e individuare criteri condivisi per valutarne i risultati. In questo senso, l'esperienza della standardizzazione dei bilanci attraverso il formato XBRL offre un precedente significativo: uniformare la rappresentazione delle informazioni economiche ha reso possibile confrontare le performance delle aziende e leggere con maggiore precisione l'andamento dei territori.
Una strada analoga si apre oggi sul fronte degli indicatori ESG. La possibilità di definire standard e KPI condivisi consentirebbe di rendere confrontabili gli impegni delle imprese, distinguere i diversi livelli di maturità e misurare l'effettiva trasformazione dei processi produttivi. Non si tratta soltanto di introdurre nuovi obblighi, ma di costruire strumenti capaci di accompagnare le aziende nel miglioramento delle proprie performance ambientali e sociali, favorendo la diffusione delle esperienze più virtuose.
Anche il sistema finanziario sta contribuendo a questo cambiamento, attribuendo un peso crescente ai criteri ESG nella valutazione dell'affidabilità delle imprese e nelle decisioni relative all'accesso al credito. Resta però una questione importante: come evitare che la crescente richiesta di informazioni e adempimenti si trasformi in un ulteriore ostacolo per le realtà più piccole? Perché la cultura della sostenibilità possa diffondersi davvero, occorrono strumenti semplici, criteri proporzionati e processi sempre più automatizzati, in grado di rendere accessibile anche alle microimprese un percorso che rischia altrimenti di rimanere appannaggio delle organizzazioni più strutturate.
Territori diversi, vocazioni da valorizzare
La lettura dei dati assume un significato particolare in un Paese caratterizzato da profonde differenze territoriali, dove accanto alle aree più dinamiche convivono territori che devono affrontare lo spopolamento e la contrazione delle attività economiche.
In questo scenario, il sistema camerale può svolgere una funzione strategica: individuare le vocazioni produttive locali, riconoscerne le potenzialità e favorire il loro posizionamento in un contesto economico ormai globale. I Punti Impresa Digitale (PID), presenti presso le Camere di Commercio, rappresentano uno degli strumenti attraverso cui si cerca di accompagnare le imprese nei processi di alfabetizzazione digitale e di riduzione dei divari tecnologici.
La varietà del sistema produttivo italiano dimostra, del resto, che le opportunità non sono concentrate esclusivamente nei distretti più conosciuti: accanto ai poli dell'automotive e della meccanica del Nord Italia, esistono eccellenze come quella della microelettronica nell'area di Catania. Ogni territorio può esprimere competenze e specializzazioni capaci di inserirsi in filiere di rilevanza internazionale, a condizione che queste risorse vengano riconosciute e valorizzate.
Fare rete per affrontare la complessità
Rimane tuttavia un elemento strutturale con cui il sistema produttivo italiano deve confrontarsi: la dimensione ridotta di una parte significativa delle sue imprese. Realtà spesso ricche di competenze e specializzazioni, ma che difficilmente possono sostenere da sole tutti gli investimenti e gli adempimenti richiesti da un contesto normativo, tecnologico e competitivo sempre più complesso.
In questo senso, la collaborazione rappresenta una leva fondamentale. I contratti di rete, sui quali InfoCamere sviluppa da anni un osservatorio insieme a Confindustria, offrono alle imprese la possibilità di condividere competenze e risorse senza rinunciare alla propria autonomia. Un'azienda può così integrare le proprie capacità produttive con quelle commerciali, tecnologiche o organizzative di altri soggetti, partecipando a filiere di valore anche molto articolate.
È un modello particolarmente significativo per comprendere la struttura dell'economia italiana: dietro una piccola impresa possono nascondersi competenze altamente specializzate e un ruolo strategico all'interno di catene di fornitura internazionali. Una dimensione che i soli codici di attività economica non sempre riescono a restituire, ma che emerge chiaramente quando si osservano le relazioni tra imprese.
La necessità di fare rete diventa ancora più evidente di fronte alla crescente complessità degli obblighi normativi e organizzativi, dalla protezione dei dati alla sicurezza informatica. Requisiti indispensabili per garantire trasparenza e affidabilità, ma che rischiano di diventare insostenibili per le microimprese, prive delle strutture interne necessarie e spesso costrette a ricorrere a consulenze onerose. La sfida non è quindi ridurre il livello delle regole, quanto renderne sostenibile l'applicazione anche per le realtà più piccole.
A questa complessità si aggiunge l'incertezza dello scenario internazionale, che influenza direttamente le decisioni di investimento delle imprese, anche quelle radicate nei territori meno esposti alle dinamiche globali. Il rischio è che l'incertezza induca a rinviare gli investimenti, compromettendo proprio quella capacità di innovazione e adattamento necessaria per affrontare le trasformazioni future.
La direzione sembra dunque tracciata: rafforzare la cultura dei dati, rendere misurabile l'impatto sociale e ambientale, valorizzare le specificità territoriali e promuovere forme di collaborazione tra imprese, istituzioni e Terzo Settore. Perché la sostenibilità non è una responsabilità che un'organizzazione può assumere isolatamente, ma il risultato di un ecosistema capace di condividere conoscenze, risorse e obiettivi.
In questa prospettiva, l'innovazione sociale diventa anche un modo diverso di interpretare lo sviluppo economico: non soltanto attraverso la crescita delle singole imprese, ma attraverso la qualità delle relazioni che queste riescono a costruire e il valore che sono in grado di generare per le comunità e i territori.
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Chi è Paolo Ghezzi? Laureato a Pisa in Scienze dell'Informazione, è Direttore Generale di Infocamere dal 2014. Ha iniziato la sua carriera prima in Cerved e successivamente all'interno della Società di informatica delle Camere di commercio, iniziando come esperto di TLC e networking e arrivando a ricoprire l'incarico attuale.
È membro del Consiglio Generale di Anitec-Assinform e componente del Comitato Direttivo di Assinter Italia.
Articolo di Innovazione Sociale
Intervista di Antonella Tagliabue, UN-GURU