Ripensare il cambiamento a partire dalle comunità. Intervista a Elisa Rapetti
Che cosa significa oggi fare innovazione sociale? E come riconoscere il valore di un cambiamento quando i suoi effetti si manifestano nel tempo, attraverso relazioni, sperimentazioni e trasformazioni spesso difficili da misurare?
Ne parliamo con Elisa Rapetti, ricercatrice della Fondazione Franco Demarchi. Al centro del confronto, una riflessione sul significato dell’innovazione, sulle dinamiche che attraversano le aree marginali e sulla necessità di ripensare le modalità con cui istituzioni e organizzazioni dialogano con le persone, soprattutto con le nuove generazioni.
Innovare non significa necessariamente fare qualcosa di nuovo
L’innovazione sociale è un concetto complesso, che rischia di perdere significato quando viene utilizzato come etichetta per esperienze molto diverse tra loro. Ciò che rappresenta una novità in un contesto può essere una pratica consolidata in un altro; allo stesso modo, un’esperienza già sperimentata altrove può generare trasformazioni significative quando viene introdotta in un territorio che non l’ha mai conosciuta.
Per questo, osserva Rapetti, è importante interrogarsi non soltanto sulle pratiche definite innovative, ma anche sui criteri con cui attribuiamo loro questo valore. L’innovazione non è necessariamente il risultato di un’intuizione straordinaria, né procede secondo una traiettoria lineare, dalla sperimentazione iniziale alla diffusione su larga scala.
Al contrario, può prendere forma attraverso cambiamenti graduali, piccoli spostamenti di prospettiva o modalità differenti di affrontare questioni già conosciute. Più che introdurre continuamente qualcosa di inedito, innovare significa spesso modificare il modo in cui si lavora, si collabora e si costruiscono le risposte ai bisogni collettivi.
L’obiettivo è creare contesti nei quali le persone possano diventare protagoniste del cambiamento, contribuendo a generarlo a partire dalla propria esperienza. Una visione che attribuisce particolare importanza ai processi, oltre che ai risultati, e che invita a considerare l’innovazione come una possibilità diffusa, che può partire anche dal basso, non riservata a pochi soggetti o esclusivamente a organizzazioni strutturate.
Dalla replicabilità dei progetti alla capacità di riconoscere valore
Se l’innovazione sociale non coincide con la semplice introduzione di qualcosa di nuovo, diventa fondamentale interrogarsi sulla continuità delle esperienze e sulla possibilità di trasferirne gli insegnamenti in altri contesti.
Ciò che può essere replicato, tuttavia, non è necessariamente un progetto nella sua configurazione originaria. È piuttosto il metodo di lavoro: la capacità di coinvolgere una pluralità di attori, creare occasioni di confronto, favorire la coprogettazione e costruire una visione condivisa.
I territori sono infatti attraversati da interessi, risorse e bisogni differenti: non esistono modelli universalmente validi, indipendenti dalle persone, dalle relazioni e dalle condizioni locali. Istituzioni locali, imprese e organizzazioni del Terzo Settore possono contribuire al cambiamento soltanto se esistono condizioni favorevoli al dialogo e alla collaborazione. La replicabilità richiede dunque un equilibrio tra metodo e adattamento, ripensando ogni intervento in relazione alle caratteristiche specifiche del contesto in cui viene realizzato.
Questo approccio invita anche a superare una rappresentazione rigida del rapporto tra centro e periferia. Le aree marginali non costituiscono un insieme omogeneo, privo di differenze interne o di capacità progettuale. Al contrario, sono attraversate da una pluralità di esperienze, aspirazioni e forme di vita che sfuggono alle classificazioni tradizionali.
Le stesse relazioni tra centri e periferie non possono più essere considerate unidirezionali. I territori che si percepiscono ai margini possono sviluppare la capacità di riconoscere il proprio valore, ridefinire la propria posizione e diventare luoghi da cui originano nuove idee e pratiche, capaci a loro volta di influenzare i contesti centrali.
Il margine, quindi, non è necessariamente il luogo in cui l’innovazione arriva più tardi. Può diventare uno spazio di elaborazione e sperimentazione, a condizione che venga riconosciuto come portatore di risorse, competenze e possibilità autonome.
Ripensare la partecipazione
Un’altra questione centrale riguarda la partecipazione e la capacità delle istituzioni e delle organizzazioni di riconoscere interlocutori che non sempre si esprimono attraverso forme tradizionali di rappresentanza.
Il tema emerge con particolare evidenza nel rapporto con le nuove generazioni. Accanto alle forme organizzate, si sviluppano infatti esperienze informali, gruppi e realtà comunicative giovanili che interpretano i contesti sociali attraverso linguaggi e prospettive differenti da quelli delle istituzioni. Ignorarli significa rischiare di perdere contributi importanti alla comprensione dei cambiamenti in corso.
La disponibilità dei giovani a partecipare non coincide necessariamente con la volontà di assumere incarichi continuativi o di entrare in strutture formali. Può tradursi, invece, nella possibilità di condividere idee, segnalare bisogni, proporre visioni e contribuire a specifiche fasi di un processo.
Il compito delle organizzazioni è quindi ripensare le modalità del dialogo, rendendole più flessibili e compatibili con le condizioni di vita delle persone che intendono coinvolgere. Si tratta di accettare che la partecipazione possa assumere forme diverse e richiedere strumenti differenti, riconoscendo il valore del confronto anche quando questo produce risultati inattesi. È un lavoro impegnativo, che richiede tempo e capacità di gestire l’incertezza, in contrasto con una cultura organizzativa spesso orientata alla rapidità delle decisioni e alla ricerca di risultati immediatamente visibili.
Per questo, la partecipazione deve diventare anche un processo educativo. I giovani hanno bisogno di occasioni concrete per sperimentare la possibilità di prendere parola, confrontarsi con gli altri e contribuire alle decisioni. Allo stesso tempo, anche le istituzioni e le organizzazioni devono imparare a ricevere e gestire contributi differenti dai propri schemi abituali.
La sfida è dunque duplice: educare alla partecipazione e, contemporaneamente, costruire contesti capaci di sostenerla. Un esercizio di apertura che riguarda la qualità stessa dei processi democratici.
In questa prospettiva, le comunità non sono semplicemente destinatarie delle politiche, ma luoghi nei quali possono prendere forma nuove idee, nuove relazioni e nuove possibilità di futuro. È proprio nella capacità di riconoscere e accompagnare questi processi che l’innovazione sociale può trovare il suo significato più concreto.
Ascolta il podcast o guarda il video qui sotto
Chi è Elisa Rapetti? Dottoressa di ricerca in Metodologia della ricerca sociale e sociologia applicata. Dal 2009 al 2023 è stata docente presso il Dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università di Milano, dove ha insegnato Genere, femminismi e cooperazione internazionale. Ha svolto attività di ricerca, valutazione e formazione per organizzazioni non governative, enti pubblici e reti della società civile in Italia, in ambito europeo e in contesti di cooperazione internazionale in Africa, nei Balcani e nel Sud-est asiatico. Dal 2019 collabora con la rete europea DARE (Democracy and Human Rights Education in Europe) alla progettazione di percorsi di formazione per adulti su cittadinanza attiva, trasformazione digitale e processi democratici. Dal 2025 è ricercatrice senior presso la Fondazione Franco Demarchi, dove si occupa di ricerca e facilitazione nell’ambito della partecipazione giovanile e dei processi partecipativi di governance nei territori alpini e nelle aree marginali.
Articolo di Innovazione Sociale
Intervista di Antonella Tagliabue, UN-GURU
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