“Misuriamo l'intangibile”. Osservare le interazioni, anticipare l'impatto, creare innovazione
Testo a cura di DialogicaLab
«Il passato è a valle, il futuro è a monte.
Qualunque cosa sia il destino,
abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa»
Paolo Cognetti, Le otto montagne
“Non ci sono case, quelle che ci sono costano troppo e chi ne ha bisogno non riesce a sostenere i costi”. La chiamiamo “emergenza abitativa” e le sue ricadute sulla comunità sono tangibili: pensiamo alla gestione degli sfratti o ai costi sostenuti dagli studenti fuori sede e dalle loro famiglie. La stessa comunità si mette in moto, grazie alla spinta di cittadini ed enti territoriali, per costruire soluzioni in grado di offrire ciò che -si dice- manca: un’offerta abitativa a prezzi accessibili.
Le strade intraprese dalla comunità sono le più svariate: c’è chi occupa alloggi in modo abusivo, c’è chi sceglie di condividere la propria abitazione con altri, chi chiede aiuto alle istituzioni. Anche la società organizzata costruisce risposte: nascono iniziative di rigenerazione di edifici pubblici in disuso e costruzione di nuovi alloggi, fondi di emergenza per chi non riesce a pagare le bollette, proposte legislative e progetti di housing sociale e co-housing.
Queste ultime rientrano tra le soluzioni di housing coerenti con l’11° Obiettivo di Sviluppo Sostenibile della Nazioni Unite, relativo a Città e Comunità Sostenibili, in quanto utili a promuovere sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Vengono infatti considerate strategie innovative e ad alto impatto sociale, e talvolta diventano soluzioni scelte anche da chi un’emergenza abitativa non ce l’ha: c’è infatti chi intraprende percorsi per fare dell’abitare comune un progetto condiviso, partendo dal desiderio personale di “voler vivere insieme”. Queste soluzioni hanno infatti l’intento di contribuire alla creazione di piccole comunità autosufficienti e sostenibili, caratterizzate da spirito collaborativo e di aiuto reciproco.
Cosa accade però quando un nucleo con difficoltà economiche rifiuta una soluzione di housing sociale, o quando all'interno di un gruppo di persone che si trovano a vivere insieme nascono controversie? Se ci riferissimo ad un piano morale e di credenze personali, diremmo che ciò sia espressione di ingratitudine nel declinare la proposta di un alloggio offerto a prezzo calmierato, o di incapacità personale ad adattarsi alla vita con altre persone. Cosa accade quando diamo per scontato che la soluzione introdotta sia innovativa di per sé, e poi la comunità delude le nostre aspettative, non riconoscendone il valore?
Proviamo dunque a tornare a monte e a chiederci che cosa vuol dire innovare. Potremmo dire che “innovazione” è quando si fanno cose nuove, originali, diverse rispetto a quelle che ci sono già, e che il fatto stesso che sia qualcosa di mai visto prima renda possibile affrontare i problemi in modo più efficace. Eppure accade che un complesso di edifici, per quanto esteticamente e funzionalmente migliorato a seguito di interventi di rigenerazione urbana, rimanga disabitato o non utilizzato dalla comunità, oppure usato in un modo diverso da quello per cui era stato pensato: immaginiamo, per esempio, un parco nuovo destinato alle famiglie del quartiere, sfruttato invece dal mercato dello spaccio. Questi esempi possono evidenziare un uso inefficace dell’investimento fatto, che può portare ad ulteriori aspetti da gestire (edifici in disuso, aree della città a rischio di degrado, etc), per quanto ci si sia impegnati a “fare innovazione”.
Fare una cosa nuova, diversa da quelle fatte finora, non consente dunque automaticamente di poterla definire innovativa: rigenerazione urbana o housing condiviso possono sempre, nell’incertezza dell’interazione tra i membri di una comunità, generare ulteriori problemi da gestire, piuttosto che gestire quello per cui sono stati pensati promuovendo sostenibilità sociale, ambientale ed economica.
È tanto più facile che ciò accada quanto più ci si focalizza sul contenuto “nuovo” come garanzia di cambiamento anziché osservare come una certa comunità, che vive un determinato problema, configura quel problema (o l’occasione) e le sue stesse esigenze e come, a partire da ciò, ci possiamo anticipare che parteciperebbe alla sua gestione. Diversamente possiamo osservare che, quando i progetti di rigenerazione si fondano sull’osservazione della comunità, la comunità stessa arriva ad attribuire a quel luogo rigenerato un valore totalmente diverso da prima, trasformandone, anche radicalmente, l’uso. Quindi iniziamo a mettere a fuoco che anticipare l’impatto sul piano interattivo dei cambiamenti che vogliamo promuovere diventa un passaggio costitutivo e dirimente di un processo di innovazione.
Ma come facciamo a conoscere l’impatto sul piano interattivo, prima che il cambiamento avvenga? Le modalità discorsive che scegliamo di usare per interagire con gli altri esseri umani sono ciò che ci permette di rilevare come una certa realtà viene generata e mantenuta nell’interazione tra i membri della comunità e, al contempo, di anticipare possibili scenari e ricadute di determinate scelte di intervento. Per questa ragione secondo la Scienza Dialogica, che parte dal presupposto per cui qualunque realtà è generata nell’interazione tra i membri della comunità, un’innovazione può ritenersi tale se riesce a cambiare i modi con cui la comunità interagisce nella gestione delle sue stesse criticità, incrementandone la coesione nel contribuire corresponsabilmente ad obiettivi comuni. Ma andiamo con ordine.
Innanzitutto, come possiamo cambiare i modi di interagire se non li osserviamo? Ecco allora la necessità di una teoria con alto valore pragmatico: la Scienza Dialogica formalizza il linguaggio nelle 24 modalità che usiamo per generare la realtà che viviamo. È attraverso la sua applicazione che possiamo misurare quali sono le modalità in uso, le loro ricadute e il cambiamento generabile a partire da diversi possibili interventi. Per innovare, la misura risulta necessaria poiché consente di disporre di dati per:
- trasformare la realtà che osserviamo, generando un cambiamento in modo governato, e non casuale;
- attestare il grado di innovazione promosso;
- condividere il valore che si è generato con la comunità. Senza misura, infatti, tutto può essere dichiarato “innovativo” anche senza attestazione del cambiamento.
Disporre della misura delle interazioni consente di governare il cambiamento
Cosa significa, riprendendo la definizione, che il cambiamento deve poter incrementare la coesione nel contribuire corresponsabilmente ad obiettivi comuni? Riprendiamo l’esempio delle soluzioni di housing: il cambiamento introdotto dall’abitare condiviso ha gestito in anticipazione le sue ripercussioni? Ovvero, ci si è dotati di strategie di gestione delle criticità che potranno emergere in progress? E ancora, ciò che ha generato la realtà di housing, ovvero i criteri fondativi della scelta di coloro che vi partecipano, consente agli interagenti di orientarsi all’uso di modi condivisi per affrontare i problemi?
Infatti, nelle 24 modalità d’uso del linguaggio formalizzate dalla Scienza Dialogica, ce ne sono alcune che allontanano dalla possibilità di condividere con gli altri membri della comunità modi di affrontare i problemi che emergono, promuovendo invece controversie e conflitti: il sancire, il giudizio, l’opinione, la deresponsabilizzazione, la previsione, la giustificazione, la generalizzazione, il commento ne sono alcuni esempi. Altre, diversamente, ci orientano alla ricerca di situazioni che mettono tutti i partecipanti nella condizione di contribuire alla gestione del problema che emerge: la descrizione, la proposta, l’anticipazione, il riferimento all’obiettivo.
Proviamo a calarci in un esempio di “vita vissuta” di co-abitazione. Nell'atto di definire le regole condivise di uso degli spazi collettivi, differenti nuclei di una soluzione di housing potrebbero trovarsi a discutere circa i criteri d’utilizzo di una lavanderia in comune: “Meglio che tutti usiamo le lavatrici di sera, così risparmiamo corrente”, “Beh, potremmo investire in un impianto di fotovoltaico, così siamo meno vincolati all’uso in specifiche fasce orarie degli elettrodomestici”, “Bisogna vedere se tutti possiamo investire adesso nel comprare i pannelli: non è detto che sia fattibile economicamente”, “Scusate, ma da quando è nato mio figlio, con i pannolini lavabili sono nel caos: mi serve assolutamente poter usare la lavatrice più volte al giorno”, “Ma dai, al posto dei pannolini lavabili ci sono gli usa-e-getta, oppure possiamo regalarti uno stock di lavabili in più, così userai la lavatrice meno spesso”, “No, non è fattibile: come faccio con gli odori in casa?”. E potremmo continuare così, in un lungo inanellarsi di discorsi che si sforzano di trovare un punto di accordo tra plurime istanze e criteri che ciascuno offre agli altri.

Foto di Kyrylo Zhylinskyi su Unsplash
Esisterà un punto di incontro tra i bisogni di tutti? La ricerca dell’accordo parte dal presupposto che “vivere insieme” sia cercare uno scambio o un compromesso tra punti di vista diversi e interessi personali, potenzialmente ciascuno con il suo valore. Quando si stabilisce l’accordo negoziando gli interessi personali, può accadere che si percepisca una rinuncia ad una quota dei propri interessi a favore degli interessi degli altri; potrebbero emergere poi situazioni critiche (la nascita di un figlio, una tempesta che danneggia gli impianti fotovoltaici che dovranno essere dunque ricostruiti, etc) in cui, nell’incertezza degli eventi, le regole stabilite nell’accordo non saranno d’aiuto nella loro gestione. L’accordo, per quanto costruito “a partire dagli interessi di ognuno”, potrebbe dunque non essere sufficiente a gestire, nel corso del tempo, i cambiamenti di interessi/priorità/preferenze di coloro che vi hanno aderito.
Quale altro presupposto, diverso dall’accordo tra interessi personali, può governare il “vivere insieme”? Osserviamo il “vivere insieme” a partire dalla scelta di ciascuno di essere parte e contribuire ad un progetto comune. Tale scelta coincide dunque con il primo motore del modo di ognuno di noi di porci in interazione con gli altri: se scelgo di fare dell’abitare condiviso un’occasione di sviluppo della comunità umana (per quando territorialmente ristretta), allora ogni problema o criticità diventa l’occasione per chiedersi: “come continuare a scegliere insieme?”. Il processo non sarà mai concluso, e la soluzione mai definitiva, e sarà il processo di condivisione della scelta la garanzia della soddisfazione di tutti. E attenzione, anche l’insoddisfazione di qualcuno, e la sua eventuale “scelta di cambiare scelta”, può essere un modo per contribuire alla gestione delle criticità che emergono, qualora si dovesse arrivare a definire, in modo condiviso, che non sia più riconoscibile la decisione originaria del vivere insieme come occasione di gestione condivisa di un obiettivo comune.
Pensare alle soluzioni di housing in qualità di negoziati di interessi o come progetti di cittadinanza attiva, modifica nelle sue fondamenta i modi con cui gli interagenti potranno muoversi nel processo
In questo secondo modo di intraprendere un percorso di housing condiviso, l’uso della lavanderia comune potrà essere configurato non tanto come un “oggetto su cui trovare un accordo”, bensì come un’occasione che ci dà modo di metterci insieme alla ricerca di una soluzione. Se abbiamo scelto che l’abitare condiviso è per ciascuno una possibilità per cercare insieme agli altri obiettivi e soluzioni, e la scelta si fonda su tale presupposto (ad un livello diverso da quello dell’interesse personale), allora le criticità che emergono si trasformano in opportunità per allenare il proprio modo di contribuire e interagire con gli altri nella ricerca condivisa. Non si tratterà dunque di “rinunciare” a qualcosa, bensì di continuare a cercare una soluzione che metta al centro l’obiettivo comune.

Foto di Mathyas Kurmann su Unsplash
In questo secondo paradigma, non si tratta di comunità in cui si va d’accordo, non si litiga, o si è uniti contro un nemico, quanto piuttosto di comunità che imparano a condividere modi e metodi comuni per affrontare le criticità, a partire dalle modalità di interazione che scegliamo di usare per generare il cambiamento. Non sarà dunque la condivisione di una casa di per sé a fare dell’housing condiviso qualcosa di innovativo.
Proviamo allora a chiederci: quanto l’occasione di housing condiviso sta contribuendo ad incrementare la coesione della comunità, ovvero ad aumentare l’uso di modalità interattive orientate alla co-costruzione di obiettivi comuni?
Quanto l’occasione specifica dell’housing condiviso, così come della rigenerazione urbana, della riorganizzazione aziendale, o ancora del progetto scolastico per l’inclusione degli stranieri, sta allenando gli interagenti a contribuire attraverso modalità interattive frutto di una scelta orientata al rendere ogni problema un’occasione di sviluppo?
È la misura di questo “quanto” a dare la dimensione dell’innovazione. Innovativo diventa dunque il cambiamento orientato alla coesione sociale, poiché l’innovazione si gioca nel governare in modo condiviso le regole interattive che si mettono in campo nell’implementare una soluzione ad un problema, alla ricerca di un obiettivo da perseguire insieme.
Come dicevamo all’inizio, non è la soluzione di per sé ad essere innovativa, bensì il governo delle interazioni nell’implementare soluzioni anche inedite ad un problema, che si presenta come possibilità di generare una comunità in cui ognuno contribuisce alla sua gestione. Questo consente alla comunità di mantenersi forte ed energica nel far fronte alle sfide che l’incertezza ci pone di fronte. E consente a ciascuno di esercitare una porzione di responsabilità nel contribuire a generare assetti più o meno coesi, attraverso le modalità discorsive che scegliamo di usare.
Alcune di queste modalità, più di altre, ci possono consentire di co-costruire strategie di gestione degli ostacoli che incontriamo. In quanto membri della specie umana, caratterizzati dall’interazione e dalla costruzione di realtà di senso attraverso il linguaggio, su questo si gioca la partita: allenare il (proprio) modo di contribuire all’interno delle interazioni, ponendo a fondamento la ricerca di obiettivi comuni. Usando il presupposto della ricerca di obiettivi condivisi, anche le esigenze dei singoli saranno contemplate; diversamente, usando come presupposto la tutela dei singoli interessi, sarà più lontana la possibilità di muoversi da comunità coesa.
Il futuro è a monte, nelle premesse di ciò che muove i modi di interagire.
DialogicaLab. "Siamo Architetti dell’interazione umana e progettisti del cambiamento. Il nostro obiettivo è rendere Enti Pubblici, organizzazioni private, cittadini più competenti nell’aumentare il proprio impatto positivo sulla comunità di riferimento e nel promuovere la sostenibilità come responsabilità condivisa. Vediamo un mondo in cui la conoscenza diffusa e rigorosa delle interazioni umane consente ai policy maker e ai cittadini di anticipare l’impatto delle proprie scelte e di progettare e gestire comunità più coese, più in salute e più sostenibili".
Impegnata dal 2006 negli ambiti della consulenza, della formazione e della ricerca per l'innovazione di Politiche Sociali e Servizi alle persone, la realtà di DialogicaLab può contare su un team di psicologi, psicoterapeuti, ricercatori per servizi di comunità, formatori ed esperti in comunicazione, costantemente attivi nello sviluppo e nell'applicazione del programma di ricerca della Scienza Dialogica.
Per approfondire:
"Misuriamo l'intangibile". Una guida all'osservazione delle interazioni umane
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