Oltre la retorica: sostenibilità, attivismo e il coraggio di cambiare. Intervista a Federico Mento
Viviamo un tempo radicalmente nuovo, un’epoca in cui il crollo degli equilibri internazionali e l’accelerazione incessante del cambiamento tecnologico disegnano scenari inediti e complessi. L’architettura del multilateralismo, che per decenni ha sorretto l’ordine globale, mostra oggi tutta la sua fragilità. Parallelamente, il progresso tecnico imprime una velocità nuova ai processi sociali, economici e culturali, trasformando strutturalmente i modelli di relazione e di generazione del valore.
Questo “combinato disposto” tra ridefinizione geopolitica e avanzamento tecnologico mette in crisi alcuni capisaldi che sembravano acquisiti: la sostenibilità, l’inclusione, la diversità. Elementi che erano stati accolti con favore anche dal settore privato, talvolta però più per convenienza strategica che per reale convinzione. Oggi, al primo segnale di crisi, molte imprese che si dichiaravano progressiste mostrano un rapido arretramento, rivelando la debolezza strutturale di un impegno che si è spesso fermato alla superficie.
A tale proposito, l’immagine delle “casette dei tre porcellini” diventa efficace metafora: la casa della sostenibilità, che si credeva solida, si rivela invece fatta di paglia. La sua apparente robustezza cede dinanzi a nuove pressioni, lasciando emergere la necessità di distinguere tra chi ha agito per opportunismo e chi, invece, ha creduto profondamente nella sostenibilità come dimensione imprescindibile del valore, nella sua accezione economica, sociale e ambientale.
È altresì evidente uno slittamento paradigmatico: da un modello influenzato dalla capacità regolatoria europea — il cosiddetto “Brussels Effect” — a un sistema guidato da logiche più aggressive, centralizzate e orientate al profitto, che potremmo definire “Washington Effect”. Tale passaggio ha ridefinito la direzione del cambiamento, spostando l’asse valoriale verso una visione meno orientata al bene comune.
Questa trasformazione impone a tutte le organizzazioni della società civile di interrogarsi sulla propria natura. Per troppo tempo esse si sono ridotte a meri gestori di servizi, perdendo progressivamente la propria dimensione politica, ovvero quella capacità originaria di agire nella storia per modificarla. Oggi, più che mai, è necessario recuperare la voce. Non una voce unica, ma una pluralità di voci, capaci di affermare posizioni scomode, di proporre visioni alternative, di rivendicare un ruolo attivo e consapevole nei processi di cambiamento.
L’innovazione sociale, in tale scenario, non può essere intesa come l’elaborazione di soluzioni marginali o la creazione di “isole felici”. Essa deve recuperare la sua radice sovversiva, la volontà originaria di contestare e modificare lo status quo. Le sue finalità non possono limitarsi alla gestione delle emergenze, ma devono aspirare a trasformare in profondità i meccanismi che generano esclusione, sfruttamento e degrado.
Questa visione impone di confrontarsi anche con le contraddizioni dell’epoca digitale. Le tecnologie emergenti — dall’intelligenza artificiale alla blockchain — offrono da un lato strumenti potenti per l’inclusione, ma dall’altro rappresentano anche i nuovi confini di un capitalismo estrattivo e iperconcentrato. È indispensabile, dunque, discernere tra le derive speculative e le possibilità di democratizzazione, tra modelli che accentuano le disuguaglianze e sperimentazioni che restituiscono potere e diritti a soggetti marginalizzati.
Esistono già oggi applicazioni virtuose: blockchain utilizzate per fornire identità digitale a comunità prive di accesso ai registri anagrafici, sistemi decentralizzati per certificare diritti di proprietà in contesti rurali, piattaforme capaci di ridurre le asimmetrie informative e favorire l’accesso a servizi essenziali. Questi esempi dimostrano che la tecnologia, se orientata con finalità etiche e inclusive, può diventare una straordinaria infrastruttura di equità.
L’ascolto delle nuove generazioni diviene, in questo contesto, cruciale. Esse portano con sé un diverso rapporto con il valore, con la finanza, con la responsabilità ambientale, con la giustizia sociale. Osservarne le pratiche e le sensibilità non significa solo innovare, ma reimparare a vedere il mondo con occhi capaci di futuro.
Il tempo che ci è dato vivere richiede una riflessione profonda, una tensione morale alta, e la capacità collettiva di elaborare un’agenda trasformativa. Non è più sufficiente intervenire sui sintomi. Occorre agire sulle cause. E, per farlo, servono organizzazioni coraggiose, leader rinnovati e una cultura politica del cambiamento che sappia generare speranza, appartenenza e visione.
Ascolta il podcast o guarda il video qui sotto
Chi è Federico Mento? Laureato in Antropologia Culturale presso l’Università La Sapienza di Roma, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Scienze Etno-Antropologiche nel medesimo Istituto, con una tesi relativa agli studi urbani in America Latina. Dal 2000 al 2003 si è occupato di progettazione sociale presso l’Associazione Ora d’aria, organizzazione attiva nel reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute. Dal 2006 al 2008, ha lavorato presso il Ministero delle Politiche Giovanili e dello Sport, sviluppando l’area legata allo sport per tutti. Dal 2012 al 2019 ha diretto Human Foundation, mentre dal 2015 è Segretario generale presso Social Value Italia. Siede, inoltre, nel Board di Social Value International. Dal 2020 è nell’Advisory Board di a|impact- AvanziEtica SICAF EuVECA S.p.A. Da maggio 2020 è Direttore di Ashoka Italia.
Articolo a cura di Innovazione Sociale
Videointervista a cura di Antonella Tagliabue, UN-GURU
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