Chi ha diritto alla città? Crisi e nuove possibilità dell’abitare urbano. Intervista a Elena Granata
C’è un’idea di città che per lungo tempo è sembrata indiscutibile: uno spazio condiviso, accessibile, aperto, in cui differenze sociali, culturali ed economiche potevano convivere in una prossimità fertile. Oggi, però, quella stessa idea appare sempre più fragile. Il dibattito sull’abitare urbano si sta progressivamente spostando da una dimensione quasi “naturale” del vivere collettivo a una questione politica, economica e persino etica. È da qui che prende avvio la riflessione di Elena Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano e studiosa di trasformazione urbana e territoriale, nel suo ultimo libro La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo, edito da Einaudi. Al centro, una riflessione tanto semplice quanto decisiva: chi ha davvero diritto alla città? E chi può realmente permettersi oggi di viverla?
Tra esclusione e modelli fragili
Le trasformazioni in corso raccontano una città sempre più contesa. Da un lato, i centri urbani diventano bersagli simbolici e materiali dei conflitti globali, luoghi in cui colpire identità e comunità. Dall'altro, più silenziosamente, sono gli stessi meccanismi economici a ridisegnarne i confini: il mercato trasforma l’abitare in un privilegio, seleziona chi può restare e chi deve spostarsi altrove. La casa, da diritto fondamentale, si fa indicatore di disuguaglianza. Le grandi metropoli, sempre più attrattive per investimenti e turismo, rischiano così di svuotarsi della loro funzione primaria — quella di essere luoghi di vita — mentre le aree circostanti assorbono popolazioni e bisogni senza ricevere risorse adeguate. Ne emerge una geografia disallineata, dove i flussi di denaro e quelli delle persone non coincidono più.
In questo scenario si incrina anche uno dei tratti più distintivi della tradizione urbana europea: la mescolanza. Per secoli, la città è stata il luogo della convivenza tra diversità, il laboratorio spontaneo dell’innovazione sociale. Una qualità che non è solo culturale, ma profondamente strutturale per la resilienza dei territori e delle comunità.
Oggi, invece, prende forma una città più omogenea, spesso polarizzata, in cui la varietà lascia spazio alla specializzazione — finanziaria, turistica, immobiliare. Ma una città che perde biodiversità sociale diventa anche più vulnerabile: la monocultura espone a rischi sistemici. Le crisi ambientali e geopolitiche mostrano, infatti, quanto sia illusorio – e pericoloso – l’obiettivo di modelli urbani costruiti sull'isolamento, sull’artificialità, sull’eccesso di consumo energetico e su un’idea di controllo della natura.
Il valore invisibile della città
Se qualcosa si è progressivamente perso, è la capacità di riconoscere valore a ciò che non ha prezzo. L’accesso al mare, alla natura, al silenzio, persino al buio si trasforma sempre più spesso in un'esperienza da acquistare: le città degli ultimi decenni hanno progressivamente ridotto gli spazi del “fare senza pagare”, sostituendoli con ambienti di consumo. Il risultato è una perdita di occasioni di incontro, una rarefazione delle relazioni spontanee, un impoverimento dell’esperienza urbana.
Eppure, accanto a tutto ciò, si intravede una possibilità di ripensamento. Tornano al centro parole a lungo trascurate: spazio pubblico, gratuità, accesso, condivisione. Non si tratta solo di urbanistica, ma di qualità della vita. Ripartire da ciò che è comune — parchi, piazze, scuole aperte, cultura accessibile — significa ricostruire un’infrastruttura sociale prima ancora che fisica. È qui che si gioca una partita decisiva anche per le nuove generazioni, sempre più alla ricerca di luoghi in cui stare, incontrarsi, riconoscersi, al di fuori delle logiche di mercato.
Ripensare gli spazi, immaginare alternative
Le città sono ancora luoghi di possibilità. Il cambiamento non passa tanto da nuovi vincoli, quanto dalla capacità di immaginare alternative credibili e desiderabili. In fondo, la questione è culturale prima ancora che progettuale. Riconoscere valore a ciò che non ha prezzo — il tempo condiviso, la bellezza gratuita, la prossimità umana — richiede un cambio di sguardo: significa uscire da un orizzonte in cui tutto è misurato in termini economici per recuperare una dimensione più ampia dell’abitare. Non si tratta solo di pianificare spazi, ma di ricostruire una visione capace di restituire alla città la sua funzione più profonda: essere, davvero, di tutti.
Ascolta il podcast o guarda il video qui sotto
Chi è Elena Granata? Urbanista e architetto, docente di Urbanistica presso il Politecnico di Milano e Vicepresidente della Scuola di Economia Civile (SEC). È stata membro dello Staff Sherpa, Presidenza del Consiglio dei Ministri, G7/ G20 (2020-21) sui temi della biodiversità e delle trasformazioni urbane. È cofondatrice di PlanetB.it. Si occupa di paesaggio e ambiente, di politiche abitative, di riqualificazione urbana e d’integrazione sociale, di relazioni tra imprese e territorio. Autrice di numerose pubblicazioni, tra cui: Il senso delle donne per la città. Curiosità, ingegno, apertura (Einaudi, 2023); Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo (Einaudi, 2021); Biodivercity. Città aperte, creative e sostenibili che cambiano il mondo (Giunti, 2019).
Il suo ultimo libro è La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo, pubblicato da Einaudi.
Articolo a cura di Innovazione Sociale
Intervista a cura di Antonella Tagliabue, UN-GURU
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