La “coscienza della funzione” tra democrazie e terzo settore

La “coscienza della funzione” tra democrazie e terzo settore

Testo a cura di Flaviano Zandonai

 

Qualche giorno fa il giornalista Ezio Mauro, intervenendo all’evento Impatta Disrupt sulla situazione geopolitica e lo stato delle democrazie liberali (di quella statunitense in particolare), rimarcava la centralità della “coscienza della funzione” delle istituzioni. Il riferimento era alle istituzioni pubbliche e centrali (parlamenti, corti supreme, ecc.) nel confronto con il populismo autoritario, ma può essere esteso anche al terzo settore e all’impresa sociale, come peraltro emerge dall’ultimo numero del magazine Vita, eloquentemente intitolato “Minneapolis, l’America dopo Trump”.

Quale coscienza della funzione caratterizza dunque le organizzazioni della società civile? La questione diventa rilevante perché chiama in causa fattori interni – rappresentati dalla crisi della partecipazione associativa e del lavoro sociale – ma anche dinamiche esogene legate, appunto, al futuro dei regimi democratici, di cui questi soggetti rappresentano il “terzo pilastro”, il più caratterizzante, peraltro.

 

Un settore biodiverso tra operatività e scarsa innovazione

Affrontare il tema non è facile: le variabili in campo sono molte e occorre fare i conti con una qualità distintiva di tutto ciò che è terzo rispetto a stato e mercato, ovvero la sua grande eterogeneità interna e fluidità evolutiva, guardando a forme giuridiche, ambiti di attività, aree territoriali. E’ ovviamente un elemento di ricchezza – tra tutti i settori, certamente il terzo è il più “biodiverso” – ma anche di complessità.

L’urgenza degli interrogativi è però tale da non potersi esimere dal tentare una risposta, che potrebbe essere sintetizzata in questo modo: in questa fase storica, la coscienza della funzione del terzo settore italiano è connotata soprattutto da un atteggiamento pragmatico, orientato a capacità esecutive e di compliance inquadrate all’interno di strategie a medio raggio che guardano molto alla sostenibilità del progetto organizzativo. Ne deriva una minore generatività visionaria e una limitata innovazione disruptive. Per averne conferma può bastare un dato: da fonte Istat, il 92% dei soggetti non profit ha dichiarato di non aver avviato alcuna iniziativa di innovazione sociale.

Se questo è il quadro (anche se naturalmente servirebbero riscontri più circostanziati), potrebbe essere facile tirare le somme in negativo, affermando che il terzo settore ha progressivamente rinunciato alla sua funzione trasformativa nella società, anche a causa di un lungo e complicato processo di istituzionalizzazione normativa. Un’involuzione confermata anche da un approccio all'impatto poco diffuso in termini reali e molto incentrato sulla valutazione dell’efficienza rispetto all’utilizzo delle risorse in termini di costi-benefici e ritorni sociali degli investimenti, più che su una ricombinazione sistemica dei fattori di sviluppo.

 

Tra continuità e ristrutturazione del modello organizzativo

Dietro il pragmatismo, tuttavia, si intravede anche un’intenzionalità adattativa: quella di salvaguardare e potenziare le modalità classiche attraverso cui il terzo settore, sorto dai mutamenti tardo novecenteschi della società italiana, ha interpretato la propria funzione di infrastrutturazione sociale dei territori e delle comunità. Un’intelaiatura che gravita intorno a due assi, figli di quell’epoca: l’erogazione di servizi di welfare - principalmente socioassistenziali ed educativi - e l’attivazione di economie inclusive rivolte a persone fragili. Ciò è avvenuto soprattutto all’interno della sfera pubblica e dei suoi mercati (estraendone molto il valore più che riprodurlo), pur mantenendo una significativa capacità di costruire filiere con gli attori economici, soprattutto rispetto alle economie inclusive.

Si tratta di un ciclo di sviluppo di medio periodo ormai maturo, che richiede, soprattutto negli ultimi tempi, una maggiore capacità operativa e strategica. Da qui i processi di ristrutturazione organizzativa: fusioni, aggregazioni e alleanze più strette. Non a caso, le nuove iniziative - le “startup” del settore - vengono solitamente collocate al di fuori o ai margini di questi processi, quasi per salvaguardarne l’autonomia di indirizzo e operativa.

 

L’economia sociale come leva di rilancio

In questo passaggio interviene la policy sull’economia sociale, di matrice europea e oggi anche nazionale, con alcune interessanti applicazioni locali. Il fatto di mettere al centro un’economia che è sociale in quanto più partecipata e orientata all'interesse generale, può rappresentare una scossa salutare in termini di prospettiva, di sviluppo e di senso rispetto alla funzione svolta, anche perché, specie a livello europeo, emergono interessanti linee evolutive che non riguardano solo il perimetro definitorio.

Ad esempio, da un lato viene rafforzato il legame con le economie di prossimità, consolidando quindi la dimensione orizzontale del terzo settore; dall'altro, vengono delineate nuove prospettive di integrazione verticale, con un ruolo più incisivo nella twin transition green e digitale, grazie anche a ecosistemi d’innovazione che non si limitano a sgocciolare risorse “for good” ma che integrano gli attori sociali all’interno di progettualità ad alta intensità tecnologica all’insegna dell’open innovation.

Le iniziative di change management già ampiamente diffuse nel terzo settore possono così trovare una nuova prospettiva alla luce dell’economia sociale, in quanto:

  • contribuisce a riconoscere e integrare la dimensione di policy nei modelli di business, principalmente attraverso percorsi di amministrazione condivisa che coinvolgono in misura crescente ruoli e funzioni diversi, non solo quelli apicali. Senza politiche orientate da missioni di cambiamento, condivise tra più stakeholder e misurabili nei loro effetti, non è infatti possibile rendere più sociali segmenti significativi dell’economia;
  • favorisce il cambiamento attraverso una combinazione tra interventi mirati su unità organizzative interne (nuovi prodotti e servizi, funzioni di ricerca e sviluppo, ecc.), spesso attraverso la leva della trasformazione digitale, con iniziative a più ampio raggio e di più lungo periodo che mirano alla trasformazione di intere filiere e contesti territoriali;
  • rilancia iniziative di produzione rivolte a mercati non pubblici – sia a clienti finali (persone, famiglie, comunità) che intermedi (imprese) – che peraltro rispondono anche a esigenze di autonomia, di protagonismo e di imprenditività dei propri collaboratori;
  • riporta o consolida il baricentro organizzativo intorno a figure di middle management, facendole interagire tramite coordinamenti allargati e potenziati da tecnologie di knowledge management pervasive, in modo che migliorino la capacità di interfacciarsi con attori esterni e soprattutto con la tecnostruttura interna (rendicontazione, servizi di supporto, adesione a standard, ecc.).

 

Pragmatismo organizzativo e sfida sistemica: un difficile equilibrio

In sintesi, il pragmatismo che connota la coscienza della funzione delle imprese del terzo settore si basa sull’accorciare le distanze tra policy ed esecuzione; sulla formazione - ancora embrionale - di ecosistemi personalizzati di supporto rispetto ad alcune funzioni chiave; sul rafforzamento di forme di coordinamento intermedio che si collocano in equilibro tra modelli radicali di decentramento organizzativo e spinte all’accentramento gestionale e di governo, principalmente di natura tecnocratica.

Resta però aperta una domanda cruciale: tutto ciò sarà sufficiente per affrontare una crisi sistemica, ormai di medio periodo e tutt’altro che conclusa, come quella in atto, provando a coglierne le opportunità?

 

Flaviano Zandonai. Sociologo, da oltre vent'anni svolge attività di ricerca applicata, formazione, consulenza e disseminazione nel campo dell’impresa sociale e del terzo settore. Attualmente è open innovation manager presso il Consorzio Nazionale CGM, dove gestisce programmi di interlocuzione e scambio tra imprese sociali e attori dell’innovazione tecnologica. Collabora con il magazine Vita e anima il blog Tempi Ibridi, dedicato all’innovazione istituzionale e alle nuove value chain tra profit e non profit. È coautore con Paolo Venturi di: “Spazio al desiderio. Il potere delle aspirazioni per generare innovazione e giustizia sociale” (2024); “Neomutualismo. Ridisegnare dal basso competitività e welfare” (2022); “Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società” (2019); “Imprese ibride. Modelli d'innovazione sociale per rigenerare valore” (2016), tutti editi da EGEA.

 

Qui la nostra intervista a Flaviano Zandonai per la rubrica IMPATTI

 

 

 

 

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