L'innovazione sociale tra ambizione e frammenti. Intervista a Gianluca Salvatori

L'innovazione sociale tra ambizione e frammenti. Intervista a Gianluca Salvatori

L’innovazione sociale continua a essere evocata come una delle possibili risposte alle grandi fragilità contemporanee: crisi del welfare, disuguaglianze, frammentazione sociale, transizione ecologica, impoverimento dei legami collettivi. Eppure, mai come oggi, il concetto appare sfuggente. A partire da una conversazione con Gianluca Salvatori, Segretario Generale di EURICSE , emerge il ritratto di un campo attraversato da ambizioni elevate ma anche da profonde tensioni irrisolte: un ecosistema ricco di energie, ma sempre più frammentato; capace di produrre sperimentazioni significative, ma spesso incapace di trasformarle in cambiamento strutturale.

 

L’innovazione sociale: un terreno conteso

Negli ultimi quindici anni l’innovazione sociale è diventata una sorta di contenitore universale. La utilizzano le istituzioni pubbliche alla ricerca di nuove risposte ai bisogni sociali, le imprese tecnologiche che applicano modelli innovativi ai servizi collettivi, il Terzo Settore, le fondazioni, le startup, le organizzazioni civiche. Tutti sembrano sapere di cosa si stia parlando. Ma proprio questa apparente familiarità ha finito per produrre una crescente ambiguità.

Da una parte, l’innovazione sociale è stata interpretata come la risposta alla crisi della pubblica amministrazione. I sistemi di welfare costruiti nel Novecento faticano infatti a rispondere a bisogni sempre più complessi, personalizzati e mutevoli. La richiesta implicita rivolta alla società civile è allora quella di entrare in campo: sperimentare, attivare reti, costruire soluzioni là dove l’intervento pubblico non riesce più ad arrivare da solo.

Dall’altra parte, si è affermata una lettura profondamente influenzata dalla cultura dell’innovazione tecnologica. In questa prospettiva, il modello è quello dell’impresa innovativa: rapidità, scalabilità, efficienza, trasferimento di competenze e tecnologie verso il sociale. Una visione che tende a trattare i problemi collettivi come sistemi da ottimizzare.

Il problema è che queste due culture raramente si incontrano davvero. La prima parla il linguaggio della coesione sociale e della partecipazione; la seconda quello dell’innovazione di processo e della performance. Nel mezzo si è creato un lessico condiviso solo in superficie, dentro cui convivono aspettative molto diverse.

 

La società delle micro-comunità

La conseguenza più evidente di questa trasformazione è forse il restringimento dell’orizzonte collettivo.

Non sembra diminuire la disponibilità delle persone a impegnarsi per cause considerate importanti. Al contrario, nei territori esiste un proliferare continuo di iniziative, reti civiche, gruppi informali, progetti locali. Quello che si è ridotto è piuttosto il perimetro entro cui quell’impegno immagina di poter incidere.

Se nel passato esisteva l’ambizione di trasformare sistemi complessi — il welfare, il lavoro, la città, la scuola — oggi prevale una logica molto più circoscritta: affrontare un problema preciso, in un luogo preciso, con una comunità definita. È una società che tende a organizzarsi per “micro-cause”, spesso molto efficaci sul piano locale ma difficilmente capaci di convergere in una visione più ampia.

Da qui deriva anche una crescente frammentazione del tessuto sociale. Le organizzazioni diventano più leggere, temporanee, focalizzate su singoli obiettivi. Nascono, si mobilitano, raggiungono uno scopo e poi si trasformano o si dissolvono. Una dinamica che produce energia e adattabilità, ma che rende più fragile la capacità di costruire continuità e rappresentanza collettiva.

In questo scenario anche il concetto di bene comune cambia forma. Non scompare, ma tende a ridursi di scala. Si moltiplicano i “beni comuni di prossimità”: il quartiere, la comunità energetica, il bene condiviso locale, il progetto civico circoscritto. Mentre si indebolisce la percezione di appartenere a un orizzonte collettivo più largo.

 

Il grande vuoto tra sperimentazione e politica

Uno dei punti più critici riguarda oggi il rapporto tra innovazione sociale e istituzioni pubbliche.

Negli anni passati alcune tra le più importanti innovazioni sociali italiane sono riuscite a trasformarsi in politiche strutturali. La cooperazione sociale ne è forse l’esempio più significativo: nata dal basso per rispondere a bisogni ignorati o lasciati scoperti dalle istituzioni, è stata successivamente riconosciuta, normata e integrata nel sistema pubblico.

Quel passaggio — dalla sperimentazione territoriale alla politica pubblica — oggi appare molto più difficile.

Le esperienze innovative continuano a nascere, ma raramente riescono a essere intercettate, comprese e istituzionalizzate. I canali di comunicazione tra società civile e decisori pubblici si sono assottigliati. Le politiche, spesso, chiedono alle innovazioni sociali di “scalare”, di replicarsi rapidamente, senza interrogarsi abbastanza sulle condizioni che ne rendono possibile il successo.

Perché un’innovazione sociale non cresce semplicemente perché è una buona idea. Cresce se esistono contesti favorevoli, leadership credibili, relazioni solide, infrastrutture civiche, capacità istituzionali di accompagnamento. Elementi che richiedono tempo, manutenzione e investimenti spesso invisibili.

Nel frattempo, però, molte delle condizioni che un tempo rendevano possibile questo lavoro collettivo si sono indebolite. Le reti sociali non sono più un’infrastruttura disponibile: devono essere continuamente ricostruite. E questo rende ogni progetto più costoso, più fragile, più esposto all’usura.

 

L’economia sociale come infrastruttura democratica

Dentro questo quadro complesso, l’economia sociale sta assumendo un ruolo sempre più centrale.

Negli ultimi anni cooperative, imprese sociali, fondazioni, comunità energetiche e nuove forme di organizzazione civica sono uscite da una posizione marginale per diventare attori riconosciuti anche a livello europeo. Non più semplici correttivi dei fallimenti del mercato o dello Stato, ma soggetti capaci di produrre valore economico e interesse collettivo allo stesso tempo.

Il punto decisivo è che questi attori non si limitano a “fare servizi”. Producono relazioni, costruiscono fiducia, organizzano partecipazione, tengono insieme territori e comunità. In altre parole, svolgono una funzione infrastrutturale per la vita democratica.

Eppure proprio questo mondo continua spesso a sottovalutare un elemento cruciale: la capacità di comunicare sé stesso.

Per molto tempo l’economia sociale ha privilegiato l’operatività rispetto alla narrazione, l’impatto concreto rispetto alla visibilità pubblica. Ma in una società attraversata da conflitti comunicativi permanenti, polarizzazione e semplificazione, anche la capacità di costruire linguaggi comuni diventa una questione politica.

La sfida, allora, non riguarda soltanto la progettazione di nuove soluzioni sociali. Riguarda la capacità di ricostruire connessioni tra esperienze disperse, trasformare pratiche locali in visioni condivise e dare forma a nuove alleanze tra cittadini, istituzioni e organizzazioni collettive.

Perché il rischio più grande, oggi, non è la mancanza di innovazione. È che resti confinata in frammenti incapaci di diventare sistema.

 

Ascolta il podcast o guarda il video qui sotto

 

 

Chi è Gianluca Salvatori? Dal 2009 è Segretario Generale di EURICSE e, dal 2024, vicepresidente di ICCSI (Italian Competence Center for Social Innovation), primo Centro di Competenza italiano sull’innovazione sociale. È membro del GECES (Group of Experts on the Social Economy and Social Enterprises), il gruppo di esperti della Commissione Europea dedicato all'economia sociale, e osservatore nella UNTFSSE (UN Inter-Agency Task Force on Social and Solidarity Economy).

 

Articolo di Innovazione Sociale
Intervista di Antonella Tagliabue, UN-GURU

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