"Un perimetro non è un recinto": Paolo Venturi sul Piano nazionale per l'economia sociale
Con l'informativa presentata il 2 luglio al Consiglio dei ministri, il Governo ha compiuto il primo passo formale verso l'attuazione del Piano nazionale per l'economia sociale, dando seguito alla Raccomandazione del Consiglio dell'Unione europea del 2023.
Pur non essendo ancora accompagnato dal decreto attuativo atteso dal settore, il Piano definisce per la prima volta un quadro unitario dell'economia sociale italiana, individuandone il perimetro e le principali direttrici di sviluppo. Tra i temi al centro del documento figurano il riconoscimento dei soggetti dell'economia sociale, il rafforzamento del loro ruolo nelle politiche pubbliche, la fiscalità, i Servizi di interesse economico generale (SIEG), il public procurement e l'accesso al credito.
Abbiamo chiesto a Paolo Venturi, Direttore di AICCON (Università di Bologna), di aiutarci a leggere la portata di questo passaggio, tra le novità introdotte dal Piano e le sfide ancora aperte per fare dell'economia sociale non un comparto separato, ma una componente strutturale del sistema economico italiano.
Direttore, il Governo ha varato il Piano nazionale per l'economia sociale con un'informativa, non con il decreto che in molti si aspettavano. Come giudica questo passaggio?
Paolo Venturi: "È la prima volta che l'Italia disegna un perimetro comune per cooperative, imprese sociali, mutue, fondazioni, enti del Terzo settore. E parlo apposta di perimetro, non di recinto: un recinto delimita e protegge chi sta dentro da chi sta fuori, un perimetro è una soglia che apre, che mette in comunicazione mondi finora separati da leggi speciali diverse. Non stiamo parlando di una nicchia. Secondo gli ultimi dati Istat, questo perimetro comprende oggi 398.612 organizzazioni e 1,53 milioni di addetti, l'8% dell'intera economia privata italiana, a cui si aggiungono oltre 4,6 milioni di volontari. E quando si guarda al valore prodotto, non solo alla platea dei soggetti coinvolti, i dati più recenti disponibili sulle cooperative, fonte AIDA Moody's 2023, parlano di 148,4 miliardi di euro di valore della produzione e 44,7 miliardi di valore aggiunto. Sono numeri che nessun Paese può permettersi di trattare come un capitolo a parte della politica economica. Poi certo, un'informativa non è un decreto, e i presidenti di Legacoop e Confcooperative lo hanno detto con onestà nelle stesse ore: bene la direzione, ora servono atti concreti. Concordo. Ma non sminuirei il valore simbolico e culturale di aver messo nero su bianco un principio: l'economia sociale non è più un arcipelago di eccezioni, è un continente, e ora ne conosciamo anche il peso".
Nel testo ci sono comunque misure che il mondo cooperativo aspettava da anni: il ripristino dell'esenzione sugli utili destinati a riserva legale, il chiarimento sui Servizi di interesse economico generale, il riconoscimento delle cooperative nate da workers buyout. Sono conquiste reali?
Paolo Venturi: "Sono conquiste reali, ma soprattutto sono il segnale di un cambio di metodo. Il chiarimento sui SIEG e l'apertura sul public procurement, penso agli affidamenti riservati e ai criteri di aggiudicazione che valorizzano l'impatto sociale, vanno nella stessa direzione: costruire un ecosistema che facilita e semplifica, non che aggiunge un ennesimo adempimento a chi già fatica a stare sul mercato. Per anni le nostre organizzazioni hanno dovuto dimostrare la propria legittimità dentro procedure pensate per altri. Ora la logica comincia a rovesciarsi: sono gli strumenti pubblici a doversi adattare alla natura di chi genera valore condiviso. E qui c'è un punto che va detto con chiarezza: il public procurement non è un capitolo amministrativo, è leva di politica industriale. Quando la pubblica amministrazione sceglie cosa comprare e da chi, sta scegliendo quale ricetta di sviluppo alimentare. Per decenni quella ricetta ha premiato il prezzo più basso. Oggi le politiche pubbliche hanno gli strumenti per cambiarla, orientando miliardi di spesa verso chi reinveste, chi include, chi genera valore che resta sul territorio invece di essere estratto. È un cambiamento di postura, prima ancora che di norma. Poi, certo, come ricorda giustamente Gardini, le risorse restano limitate. Ma la direzione conta quanto la dotazione".
Qualche giorno fa sei economisti di fama mondiale, tra cui Stiglitz e Piketty, hanno scritto sul Guardian che il modello “cresci, tassa, redistribuisci” non basta più, e che la vera sfida è costruire nuove istituzioni. È un'osservazione che vale anche per il nostro Piano?
Paolo Venturi: "Vale, e aggiungo un passaggio che considero decisivo. Quell'intervento, che presenta la roadmap New Economies for Eradicating Poverty, chiede di cambiare le regole a monte, nei mercati, nel lavoro, nella finanza, non solo a valle con la fiscalità. Il nostro Piano abbozza istituzioni coerenti con questa idea, il comitato al Mef, il conto satellite, il rating sociale. Ma c'è un tassello che va reso esplicito: la prospettiva industriale deve incrociare il welfare, non restarne separata. Non stiamo parlando di un settore da assistere, stiamo parlando di un paradigma produttivo a cui devono cooperare tutti gli attori in campo, dalle imprese profit alla finanza, dalla pubblica amministrazione alla ricerca. E in questo incrocio il dono, la disponibilità a dare senza contropartita immediata, non è un residuo etico: è ciò che abilita la coesione che è premessa della competitività. Le comunità coese attraggono investimenti, trattengono talenti, riducono i costi di conflitto. Non è filantropia, è infrastruttura economica".
Lei insiste spesso sul concetto di intenzionalità trasformativa. Cosa significa in concreto, per chi oggi guida una cooperativa o un ente del Terzo settore?
Paolo Venturi: "Significa smettere di chiedere all'economia sociale di dimostrare la propria utilità, e cominciare a chiederle di esercitare la propria responsabilità paradigmatica. Non siamo un soggetto tra i tanti che attende risorse, siamo il luogo dove si sta ridefinendo cosa significhi fare impresa in modo generativo. Questo richiede una doppia intenzionalità: quella del legislatore, che ha tracciato una direzione, e quella di chi opera ogni giorno nell'economia reale, chiamato a occupare per primo gli spazi aperti dal Piano, non ad aspettare il decreto attuativo. Sperimentare l'amministrazione condivisa, usare il conto satellite per raccontare con dati ciò che finora abbiamo raccontato solo con parole, presentarsi ai bandi di procurement sociale con progetti che alzano l'asticella. Chi aspetta ha già perso un anno".
Un'ultima domanda: lei chiude sempre i suoi interventi sulla sussidiarietà. Perché è così centrale in questo passaggio?
Paolo Venturi: "Perché la sussidiarietà non è la ripartizione di competenze tra Stato e società, è un metodo di governo dello sviluppo che riconosce ai territori la capacità di produrre soluzioni prima ancora che arrivi la cornice nazionale. L'Emilia-Romagna, per fare un esempio che conosco bene, ha già trasformato l'economia sociale in una strategia integrata di sviluppo regionale, con missioni, leve e alleanze proprie, prima che il Piano nazionale vedesse la luce. È la prova che la sussidiarietà funziona meglio dal basso verso l'alto che il contrario. Abbiamo cinque anni prima della revisione di metà percorso, dovremo riferire a Bruxelles nel 2027 e di nuovo nel 2032. Ma la responsabilità di cominciare è di oggi. Perché questa non è una partita estetica, di immagine, di comunicazione istituzionale. È una partita radicale, che tocca chi produce valore, come lo distribuisce e per chi. Se sapremo giocarla così, il Piano non sarà stato un documento tra i tanti. Sarà stato l'inizio di un'economia diversa".
Paolo Venturi. Direttore di AICCON Research Center, Centro Studi sull'Economia Sociale promosso dall’Università di Bologna. Docente di imprenditorialità e innovazione sociale presso l’Università di Bologna. Componente del gruppo di lavoro ministeriale per la riforma del Terzo Settore e per la realizzazione del Piano Italiano sull’Economia Sociale. Svolge attività di advisory scientifica per fondazioni, centri di ricerca, istituti di credito e pubbliche amministrazioni. Collabora stabilmente con Il Sole 24 Ore, Il Corriere della Sera, Avvenire e Vita Non Profit.
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