Changemaking: perché il cambiamento è una competenza di tutti
di Arianna De Mario
C’è una domanda che attraversa da tempo il dibattito pubblico e che oggi si impone con rinnovata urgenza: come costruire società capaci di affrontare la complessità senza lasciare indietro nessuno?
Non si tratta di una riflessione astratta, ma di una sfida concreta e quotidiana, che si manifesta nei territori, nelle organizzazioni, nelle istituzioni, nelle scuole e nelle imprese. Le sfide del nostro tempo mostrano con sempre maggiore evidenza che la capacità di generare cambiamento non può più essere appannaggio di pochi attori, ma deve diventare una competenza diffusa, trasversale a individui, organizzazioni e comunità.
Il volume Changemaking - Idee che ispirano, azioni che trasformano, promosso da Ashoka Italia e ForwardTo e edito da La Traccia Buona, si colloca in questo contesto come un contributo strutturato alla riflessione e, al tempo stesso, come un invito all’azione: rendere il cambiamento al servizio del bene comune una pratica condivisa, intenzionale e sistemica.
Ashoka, attraverso la sua rete globale di oltre 4.000 imprenditori sociali, e ForwardTo, con la sua esperienza nella costruzione di organizzazioni collaboranti, convergono su un assunto fondamentale: il cambiamento sistemico emerge dall’interazione dinamica tra persone, organizzazioni e contesti, e richiede tanto nuove infrastrutture operative quanto una profonda evoluzione culturale.
La scrittura del libro rappresenta, in questo senso, un processo di sistematizzazione di anni di esperienza sul campo: un tentativo di dare voce a chi il cambiamento lo pratica quotidianamente, di costruire ponti tra ambiti diversi – sociale, economico, pubblico, educativo – e di trasformare intuizioni e pratiche in strumenti accessibili e replicabili.
Dal “chi cambia il mondo” al “come lo cambiamo insieme”
Per lungo tempo, l’innovazione sociale è stata raccontata attraverso la figura dell’imprenditore sociale visionario, capace di introdurre soluzioni innovative a problemi complessi. Questo paradigma, pur avendo avuto un ruolo determinante, risulta oggi parziale.
Le sfide contemporanee – dal cambiamento climatico alle disuguaglianze, dalla crisi dei sistemi di welfare alla trasformazione demografica – richiedono risposte che nessun attore può generare in modo isolato.
Changemaking propone un cambio di prospettiva significativo: spostare l’attenzione dal protagonismo individuale alla costruzione di ecosistemi di cambiamento, nei quali il valore risiede nella capacità di attivare connessioni, generare fiducia e costruire responsabilità condivise.
In questa visione, l’intelligenza collettiva non è una semplice sommatoria di competenze, ma una qualità emergente: la capacità di persone e organizzazioni di coordinarsi, apprendere insieme e agire in modo coerente rispetto a obiettivi comuni.
Il concetto stesso di changemaker viene così ridefinito. Non più una figura eccezionale, ma una competenza sviluppabile. Essere changemaker significa saper leggere i sistemi e individuarne i punti di leva, attivare relazioni trasversali, integrare empatia e pensiero critico, e agire con una visione orientata al lungo periodo.
In questo senso, il changemaking si configura sempre più come una competenza civica fondamentale, necessaria per abitare la complessità contemporanea.

La mappa del changemaking in Italia – Visual design di Irene Coletto, ForwardTo
Dalle soluzioni alla trasformazione dei sistemi
Uno degli elementi centrali del libro riguarda il passaggio da interventi puntuali a trasformazioni sistemiche.
Non è sufficiente scalare ciò che funziona: è necessario intervenire sulle dinamiche che generano i problemi. Questo implica agire su più livelli – politiche pubbliche, comportamenti collettivi, modelli culturali e modalità di collaborazione tra attori.
In questa prospettiva, l’impatto non si misura esclusivamente in termini quantitativi, ma nella capacità di modificare le regole del gioco: cambiare norme, incentivi, narrazioni e relazioni.
Il cambiamento sistemico richiede inevitabilmente alleanze eterogenee. Istituzioni, imprese, società civile e cittadini devono essere messi nelle condizioni di co-progettare e co-agire. Ciò implica superare logiche competitive, investire nella costruzione di relazioni di lungo periodo e sviluppare linguaggi comuni.
In altre parole, significa costruire infrastrutture di fiducia, condizione indispensabile affinché le innovazioni possano radicarsi e produrre effetti duraturi.
In un contesto come quello italiano, caratterizzato da un’elevata energia civica ma spesso frammentato, questo passaggio rappresenta una leva strategica per amplificare l’impatto.
Dall’organizzazione gerarchica alla leadership diffusa
La trasformazione sistemica implica necessariamente una revisione dei modelli organizzativi.
In scenari complessi e dinamici, la leadership non può essere concentrata: deve diventare distribuita, capace di valorizzare l’iniziativa diffusa e di abilitare le persone ad agire.
Le organizzazioni changemaker si distinguono per alcune caratteristiche chiave: superano strutture gerarchiche rigide, adottano processi decisionali inclusivi, mantengono coerenza tra valori dichiarati e pratiche operative, e sviluppano una costante capacità di apprendimento.
In questo quadro, fiducia, trasparenza e responsabilità condivisa non rappresentano elementi accessori, ma condizioni strutturali per il funzionamento e la sostenibilità delle organizzazioni stesse.
In una prospettiva più ampia, gli stessi principi che guidano le organizzazioni changemaker possono essere applicati anche a livello di ecosistema, in cui a detenere la funzione di guida non è una singola organizzazione, ma una rete di attori autonomi – pubblici, privati e della società civile – che si coordinano attraverso obiettivi condivisi, scambio continuo di informazioni e allineamento valoriale. Come nelle organizzazioni a leadership diffusa, anche negli ecosistemi efficaci la fiducia diventa un’infrastruttura abilitante: rende possibile una presa di decisione più distribuita, accelera l’apprendimento collettivo e consente risposte più adattive alla complessità. In questa logica, il valore non risiede tanto nella somma delle singole iniziative, quanto nella qualità delle connessioni e nella capacità del sistema di agire come un insieme coerente, pur mantenendo la diversità e l’autonomia dei suoi componenti.
Dal libro ai territori: una pratica da attivare
Changemaking non nasce come un libro da fruire passivamente, ma come uno strumento da utilizzare.
È stato concepito come uno spazio in cui storie, riflessioni e strumenti si intrecciano per attivare processi. Un libro che non si esaurisce nella lettura, ma che continua nei contesti in cui viene portato: nelle organizzazioni, nelle aule, nelle comunità.
Anche il processo di scrittura è stato coerente con questa visione: non una produzione lineare di contenuti, ma un percorso di co-creazione, fondato sul dialogo tra prospettive e sull’attivazione di relazioni. Perché il changemaking non può essere raccontato da una sola voce: si costruisce collettivamente.
Le trasformazioni in corso rendono sempre più evidente che non possiamo permetterci spettatori. Sono necessari partecipazione diffusa, competenze trasversali e capacità di collaborazione. Servono organizzazioni più aperte, istituzioni più abilitanti e comunità più connesse. Ma soprattutto servono persone che si riconoscano come parte attiva del cambiamento.
Changemaking si propone come punto di partenza: una bussola per orientarsi nella complessità e un invito a esplorare nuove modalità di azione. Perché il futuro non è qualcosa che accade. È qualcosa che, insieme, scegliamo di costruire.
Qui per acquistare o scaricare “Changemaking - Idee che ispirano, azioni che trasformano”
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Arianna De Mario. Fa parte del team di Ashoka dal 2016, dove si è specializzata in partnership strategiche internazionali con il settore corporate, guidando diversi team a livello europeo e globale. Nel 2023 è tornata in Italia e ha assunto il ruolo di co-Director per Ashoka Italia. Prima di Ashoka, ha lavorato nel campo dei diritti umani e dell’impegno civico in Germania, Regno Unito e California, collaborando con organizzazioni come l’Istituto Tedesco per i Diritti Umani, Amnesty International e Citizens for Europe.
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